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Vajont, la memoria sarà un ponte sulla gola

Presentati i primi bozzetti di uffici e centro visitatori

BELLUNO. La sede della Fondazione Vajont come un ponte sul torrente Vajont. E' l'idea del direttore Giovanni De Lorenzi, condivisa dal cda presieduto da Pierluigi De Cesero, sindaco di Longarone. Si chiamerà ''Roccia di gridi'', parafrasando Ungaretti. La sala rotante al primo piano avrà feritoie vista diga e vista Longarone. Sarà alimentata anche da una centralina sul torrente. Il consiglio d'amministrazione ha avallato l'idea pochi giorni fa.

Ieri la presentazione dei primi bozzetti dell'architetto Giorgio Pradella, figlio dell'ingegnere Carlo che progettò il ponte sul Vajont distrutto il 9 ottobre 1963. Per il 45º dalla tragedia, promette De Lorenzi, ci saranno i plastici della nuova sede e un piano per il finanziamento, così nella primavera del 2009 potranno partire i lavori. Secondo le prime stime servirà ben più di un milione di euro.

La proposta ha trovato porte aperte tra i partner in Fondazione. Il progetto piace all'Enel e all'Edison. «Ne siamo stati subito entusiasmati» commenta il rappresentante Enel Paolo Tartaglia. Piace anche alla Regione Veneto, come ha detto ieri il consigliere Dario Bond: «Da evento negativo a fatto positivo, per la conoscenza, la memoria anche e per dare una nuova risorsa al turismo. Si potranno trovare fondi europei. La Regione ci crede fino in fondo. Quest'opera sarà uno dei gioielli della provincia».

Anche i superstiti sono della partita. Il vicepresidente della Fondazione è Renato Migotti, che prospetta un completamento ulteriore dopo la realizzazione della sede: «Diventerebbe logico poi completare la vecchia strada della val Cellina e realizzare una passerella lì dove c'era il ponte di Pradella».

La struttura pensata da Giorgio Pradella è spezzata come le travi delle abitazioni distrutte dalla pressione dell'onda. «Le linee decise e i toni chiari della nuova struttura», illustra la Fondazione, «si ritagliano nettamente sul fondo cupo della valle e diventano segnale di una stagione nuova, ma costruita sulla memoria». Sarà coperta a verde, avrà pannelli solari e una mini-centralina sulla briglia del Vajont.

Alcuni numeri. Circa 1400 metri cubi il volume, sette metri l'altezza e 12 la profondità del parallelepipedo, che per unire le due spalle della valle dovrà essere lungo tra i 18 e i 20 metri. Da una parte c'è il territorio demaniale di Longarone, verso sud, dall'altra Castellavazzo. L'ingresso alla struttura sarà dalla parte di Dogna, frazione longaronese situata all'imboccatura della stretta valle del Vajont.

I fruitori dell'edificio sospeso sul vuoto saranno i ricercatori e i dipendenti della Fondazione Vajont e i visitatori che si recano alla scoperta della tragedia. I primi avranno a disposizione gli uffici al primo piano, con una sala riunioni e delle grandi vetrate vista diga. I visitatori troveranno lì dentro «un momento di conoscenza propedeutico alla visita» sui luoghi della memoria. Al piano inferiore, infatti, è prevista una sala circolare che ruota su se stessa. Una ventina di persone per volta, a turni di 40 minuti, potranno assistere alla proiezione di foto e video (compresi frammenti del film di Martinelli) sui periodi prima, durante e dopo-Vajont. Incontreranno a est la feritoia sulla diga, a ovest la Longarone ricostruita.

«Sarà una struttura in sintonia col contesto», assicura De Cesero, «che darà una nuova immagine alla vallata. Il sito recuperato nel suo complesso in futuro
potrebbe arricchirsi con la visita alle gallerie dell'Enel, esempio di archeologia industriale». La sede sul Vajont è «un progetto stimolante», ha aggiunto, «credo troverà il benestare di tutti». Per De Lorenzi «grazie all'approccio asettico sarà l'ideale prima tappa sui luoghi della memoria».

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