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Da cacciatore a guardiacaccia: il salto «proibito»

Quant'è lungo il passo da cacciatore a guardiacaccia? Sembra un saltino di pochi centimetri, e invece è un salto di territori e di mondi, soprattutto di pensiero. L'ha fatto, nella sua vita, Italo Filippin di Erto, nota "guida della memoria" del Vajont, e che adesso, passati i 60, ha deciso di mettere nero su bianco, in un bel libro, storie vere e avventure, sentimenti e sensazioni del suo primo e del suo secondo mondo vissuti di qua e di là della barricata.  E così Erto, terra di ingegni, guadagna un altro scrittore. Il libro, che si apre con una presentazione di Mauro Corona, si intitola "I cacciatori di Erto" ed è edito dalla Biblioteca dell'Immagine (144 pagine, 13 euro).  A spingere Filippin ad avventurarsi dalle tracce degli animali alle tracce di carta è stato, come spiega nella prefazione (che ha tutte le caratteristiche di una "confessione") il desiderio di misurarsi con un'altra avventura, di addentrarsi in un diverso territorio, ma soprattutto di "poter trasmettere una qualche sorta di insegnamento ai giovani", visto che Italo ha vissuto "a cavallo tra idee ed epoche": la prima è quella della montagna popolata e lavorata, il tempo della tradizione orale, dell'educazione basata sulla parola e sull'esempio, il tempo delle malghe, dei pascoli e dei boschi; la seconda è invece quella della televisione e della tecnologia, della montagna sfruttata e abbandonata, della fatica affrontata per sport e non più per necessità. A Erto il cambiamento, repentino e radicale, è coinciso con il Vajont, disastro colpevole, spartiacque di sangue tra due epoche e due modi di concepire la vita e il lavoro.  La caccia, un tempo risorsa di sopravvivenza, riassume in sé anche ideologie e comportamenti di un popolo della montagna che era nello stesso tempo contadino, allevatore, boscaiolo e pure artigiano perché tutti fabbricavano da sé gli oggetti necessari per vivere, oppure, nei lunghi inverni di neve, mestoli e cucchiai di legno da andare a vendere nelle pianure caricati nelle gerle. Un popolo, dunque, perfetto conoscitore dei segreti della sua montagna, esperto di sentieri e di cenge, capace di arrampicarsi su pareti verticali e di affrontare ogni pericolo, rispettoso della natura e degli animali che uccideva per bisogno. Un popolo che era anche custode di un'etica rigorosa e inderogabile. La pena che spaventava non era data tanto dalla norma della legge, ma dalla sanzione sociale, dalla riprovazione che veniva dalla comunità. Guai, per esempio, uccidere una femmina di camoscio, perché si finiva per impoverire la fauna selvatica, un patrimonio al quale la comunità doveva poter attingere nel futuro.  Le storie raccontate da Italo Filippin scorrono con una scrittura forte come il suo passo di montanaro. Sono storie di vita vissuta e ne puoi misurare, riga su riga, la fatica, il sudore, ed anche l'astuzia: le lunghe marce, di notte e di giorno, con un camoscio sulle spalle; gli inseguimenti caparbi, su cenge impossibili sulle quali, magari, il cacciatore si incroda e si salva con un salto al buio sperando in un appiglio invisibile; l'amarezza per la fortuita uccisione di una femmina, errore non voluto; i sentieri segnati nei secoli dai contrabbandieri di sale e tabacco, impraticabili alle guardie; le veglie a turno per sorvegliare il fuoco; le sfide a guardie
e ladri con i guardiacaccia; le polente cucinate nelle grotte in attesa dell'alba. E un repertorio di ertani, sempre descritti con empatia da Filippin, anche quando sono baruffanti, o quando si muovono dall'altra parte della barricata. Che barricata poi non è, è solo una sottile linea nel bosco.

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