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La posizione dell’associazione Tina Merlin sulla vicenda Chiarelli

L’associazione interviene sulle rivelazioni della figlia del notaio che nel 1967 testimoniò sostenendo che la frana del Vajont fosse stata fatta cadere

Le “rivelazioni” di Francesca Chiarelli, pubblicate in questi giorni nel suo sito personale, secondo cui il padre, all’epoca del Vajont notaio in Longarone, aveva denunciato, testimoniando al processo dell’Aquila, che la frana del Toc era stata volutamente provocata facendola cadere proprio quel giorno a quell’ora (per creare meno allarme visto che tutti sarebbero stati incollati alla televisione per la nota partita di calcio), hanno sollevato sensazione. Ma sono credibili?

Isidoro Chiarelli avrebbe ricevuto questa confidenza nel suo ufficio da uomini della Sade con i quali era in rapporto per lavoro (rogiti di acquisto di terreni del Toc). Avrebbe cercato di dare l’allarme consigliando a tutti di andarsene, ma era rimasto inascoltato. Dopo la sua testimonianza sarebbe stato minacciato dalla Sade che poi lo avrebbe perseguitato con ritorsioni togliendogli lavoro tanto che si trovò difficoltà per un paio di anni.

Fin qui il racconto della figlia. Sono molti però i punti poco chiari.

Mario Fabbri, allora giudice istruttore, ha dichiarato che la cosa gli giunge del tutto nuova anche se, prudentemente, la giudica “non inverosimile”. Tuttavia non risulta che né Fabbri né il pubblico ministero (Arcangelo Mandarino) né gli avvocati di parte civile abbiano valorizzato questa pesantissima testimonianza, che sarebbe stata un argomento forte a sostegno dell’accusa e della tesi della prevedibilità del disastro, elemento centrale sul quale si giocava tutto il processo. Chiarelli venne citato come testimone nel processo di primo grado all’Aquila, nel corso del quale ribadì brevemente quanto aveva detto in istruttoria.

In secondo luogo, perché Chiarelli non si rivolse subito ai carabinieri oppure alla magistratura denunciando quanto gli era stato confidato con la minaccia di starsene zitto? Lo fece solo in seguito, presentandosi spontaneamente ai giudici nel luglio del 1967.

Che si potesse tecnicamente “pilotare” la frana (di 260 milioni di metri cubi) provocandone la caduta in un giorno e in un’ora prestabiliti è poco credibile. La Sade sapeva benissimo che la frana stava per cadere. Da settimane si osservavano i movimenti e i segni premonitori del distacco: fessure che si allargavano paurosamente, alberi che si inclinavano, scosse e boati. Aveva chiesto al sindaco di Erto di ordinare lo sgombero delle abitazioni sotto il Toc e il divieto ad avvicinarsi alle rive del bacino. Sapeva che la frana era imminente, ma affermare che la sua caduta fu provocata volutamente è tutt’altra cosa. Alla Sade “speravano” che la frana venisse giù più lentamente e in due o tre pezzi successivi, e in vista dell’evento, mentre tenevano sotto controllo con potenti riflettori i versanti del Toc, avevano proceduto ad uno svaso rapido, anzi precipitoso, allo scopo di portare il livello del lago sotto la soglia indicata dagli esperimenti su modelli eseguiti da Augusto Ghetti come quota di massima sicurezza. Lo svaso rapido ebbe l’effetto oggettivo di accelerare i movimenti della frana, ma venne effettuato non per provocarla, bensì per abbassare il livello dell’invaso quando era ormai evidente che il Toc stava cedendo.

Del resto, perché, se avessero deciso di far venire giù la frana il 9, Pancini, uomo chiave della Sade al Vajont, se n’era andato tranquillamente in vacanza negli Stati Uniti ed era stato richiamato da Biadene proprio il 9 ottobre “per decisioni che debbo ritenere importanti, del Presidente e del Direttore Generale tra il 14 e il 29 corrente”?

E’ vero peraltro che la Sade, già da anni, cercava disperatamente di capire se fosse possibile mettere la frana sotto controllo, e che per questo si era rivolta a Leopold Muller chiedendogli cosa si potesse fare tecnicamente. Il geologo aveva risposto, in un rapporto alla Sade, che esistevano, in via del tutto teorica, una decina di azioni possibili (bombardare la frana per farla scendere a pezzi e in modo controllato, cementare l’intero versante, drenare tutta l’acqua interna alla massa di frana ecc.) ma che nessuna di queste misure era fattibile o perché tecnicamente impossibile, o perché comunque non risolutiva, o perché troppo costosa, o perché perfino potenzialmente più pericolosa.

L’unico modo per far cadere la frana sarebbe stata forse una serie di svasi e invasi continui, nella speranza di staccarla “a fette”. Ma gli invasi e svasi seguirono un programma che mirava soltanto al collaudo, per il quale condizione imprescindibile era raggiungere la quota di massimo invaso, molto superiore a quella indicata da Ghetti come quota di sicurezza.

Oltre ad Isidoro Chiarelli vennero ascoltati in istruttoria anche l’acquirente del terreno e il venditore. Chiarelli si presentò al giudice istruttore Mario Fabbri e al pubblico ministero Arcangelo Mandarino nel luglio del 1967. La sua è l’ultima di circa duemila testimonianze rese nella fase dell’istruttoria formale. Dopo di lui vennero sentite le persone citate da Chiarelli e presenti l’8 ottobre nel suo studio, e cioè l’ingegner Mario Cavinato per l’Enel-Sade e il geometra Arturo Zambon per i venditori dei terreni. Chiarelli dichiarò che in quella circostanza i due dissero che quei terreni sarebbero rimasti sommersi il giorno dopo (“buttati in acqua”). Cavinato e Zambon

confermarono la loro presenza quel giorno nello studio di Chiarelli, ma negarono di aver mai detto quelle cose, dichiarandole anzi “destituite di ogni fondamento di verità”.

Nel 1969 il notaio depose anche al processo, confermando le sue precedenti affermazioni, tuttavia attenuandole.

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