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Il vescovo Andrich: «Hanno il diritto di cercare un futuro»

Nella Giornata del migrante e del rifugiato la celebrazione nella chiesa di Cavarzano, tra canti e lingue del mondo

BELLUNO. «Non possiamo essere indifferenti, non possiamo preooccuparci solo di noi stessi». Con queste parole mons. Umberto Antoniol, che si occupa dei migranti per la Diocesi, ha aperto la Giornata del migrante e del rifugiato che si è tenuta nella chiesa di Cavarzano, affollata di bellunesi ma anche di migranti di tante diverse etnie.

«Sono oltre un milione gli immigrati arrivati nell’ultimo anno in Europa, ma in Europa ci sono 500 milioni di abitanti. Non possiamo preoccuparci di cosa accadrà a noi, ma di cosa accade a loro se noi li abbandoniamo» ha aggiunto mons. Antoniol.

La celebrazione religiosa è stata presieduta dal vescovo Giuseppe Andrich insieme con il parroco di Cavarzano don Francesco, con don Gigi, don Roberto, un sacerdote ucraino e uno filippino, due delle comunità di fede cristiana più numerose presenti in provincia.

Sono state diverse le lingue che si sono intrecciate durante la messa: le preghiere dei fedeli sono state lette in italiano, portoghese, spagnolo, filippino, ucraino, francese.

Il vescovo Andrich ha ricordato gli importanti appuntamenti di questi giorni: la giornata del dialogo tra cristiani e ebrei che ha portato ieri il Papa nella Sinagoga di Roma; la settimana del dialogo tra le religioni che avrà dei momenti di preghiera e di riflessione anche nella Diocesi di Belluno.

Ma gran parte della omelia del vescovo è stata incentrata sui migranti e sui rifugiati e la loro accoglienza: «Hanno diritto pieno di migrare per cercare in tutto il mondo le condizioni migliori per sviluppare la loro dignità. Un diritto pieno che va riconosciuto», ha detto mons. Andrich che si è rivolto ai fedeli: «I primi muri da abbattere sono dentro di noi. Noi vogliamo sentirci un popolo solo, sentirci uniti».

E nel solco di quanto detto dal Papa, il vescovo ha anche sottolineato la necessità di garantire ai migranti la possibilità di poter vivere e restare nel loro Paese e quindi l’importanza di contribuire allo sviluppo dei paesi di origine.

La messa è stata accompagnata dai canti delle comunità straniere del Bellunese. Molto coinvolgente il canto della comunità camerunense, il coro «Cherubin di Belluno».

«Noi cantiamo con tutto il corpo» ha spiegato una delle coriste. E infatti il loro canto era

ritmato dai movimenti del corpo. «È il nostro modo di pregare», aggiunge spiegando che l’integrazione si favorisce conoscendo gli altri, le loro tradizioni, le loro usanze, e magari anche adottandole in parte. «I bellunesi sono un po’ più chiusi rispetto a noi, dovrebbero aprirsi di più».

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