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La tangente in una valigetta: sequestrati 9 mila euro

La Finanza l’ha sequestrata durante le perquisizioni di martedì, potrebbe essere parte della mazzetta. All’interno banconote in tagli da 500 e 100 euro, ancora nessun iscritto nel registro degli indagati per la vicenda legata alla cava di Colle delle Vi

FARRA D’ALPAGO. Una vaiigetta contente circa 9 mila euro, in banconote da 500 e da 100 euro. È quella che gli uomini della Guardia di finanza hanno rinvenuto, e sequestrato, nel corso delle 15 perquisizioni che nella giornata hanno interessato le sedi del Consorzio Farra Sviluppo Srl (che gestisce la cava di Col delle Vi, a Farra d’Alpago), delle tre società che lo costituiscono (la Fratelli De Pra di Ponte nelle Alpi e le trevigiane Fornaci Calce Grigolin, di Susegnana, e Fassa Bortolo, di Spresiano, due colossi del settore), del Comune di Farra d’Alpago (inserito nelle indagini come parte lesa), della Camera di Commercio e di Confindustria Belluno.

Notizia che le Fiamme Gialle e la Procura di Belluno, che coordina le indagini, si erano riservati di non comunicare ai fini delle indagini stesse. Tutta da confermare, invece, la pista che collega il rinvenimento della valigetta alla perquisizione effettuata nell’abitazione di una delle persone informate sui fatti. E incerta resta anche la natura dei 9 mila euro in banconote di grosso taglio. Potrebbero essere soldi “puliti” o trattarsi di buona parte della tangente da 10 mila euro alla cui caccia si sono messi gli uomini del Nucleo di polizia tributaria della Gdf di Belluno dopo la “soffiata” ricevuta a fine 2015, ma gli inquirenti non escludono nulla. Nemmeno che possa trattarsi di una seconda mazzetta. Certo è che la valigetta, con il suo contenuto, è stata sequestrata perchè ritenuta anomala la disponibilità di una simile cifra in contanti e perchè la persona trovata in possesso della medesima avrebbe fornito giustificazioni che non hanno convinto i finanzieri.

Sviluppi delle indagini che non sono ancora coincisi, tuttavia, con l’iscrizione dei primi nomi sul registro degli indagati. Anche se si tratterebbe solo di una questione di tempo. Soprattutto dopo il chiaro indirizzo alle indagini dato dal procuratore di Belluno, Francesco Saverio Pavone. «L’illecito si annida in Camera di Commercio o in Confindustria, c’è una simbiosi tra chi propone e chi stabilisce le tabelle dei materiali e i canoni di estrazione. Nel senso che Confindustria fa una proposta e la Camera di Commercio decide».

La tangente da 10 mila euro, infatti, sarebbe servita proprio per “convincere” la Commissione accertamento prezzi all’ingrosso ad abbassare i valori di prodotti dell’industria estrattiva (materia che vede Camera di Commercio e Confidustria

come i due soggetti preposti a formare i prezzi). Prezzo inferiore che avrebbe consentito a chi gestisce la cava (il Consorzio Farra Sviluppo) di risparmiare qualcosa come 500 mila euro all’anno sul canone d’affitto da versare alla proprietà della cava (il Comune di Farra d’Alpago).

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