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Maresciallo condannato per la “soffiata”

Ponte nelle Alpi, nove mesi di reclusione e un anno di interdizione dai pubblici uffici per rivelazione di segreto d’ufficio

PONTE NELLE ALPI. Perquisizione negativa: nel bar di Polpet non fu trovato il mezzo chilo di droga annunciato. Condannato a nove mesi di reclusione e un anno d’interdizione dal pubblici uffici il maresciallo dei carabinieri Riccardo Restuccia per rivelazione di segreto d’ufficio. Aveva organizzato l’operazione antidroga, poi è stato ritenuto colpevole di aver avvisato il conoscente Matteo Casagrande di tenersi lontano dai guai: «Occhio nel week end, o venerdì o sabato, occhio alle compagnie, Casagrande. Stai attento e fatti i cazzi tuoi», le parole.

Quel 9 agosto di tre anni fa i carabinieri andarono al bar Cooperativa, ma trovarono solo un brasiliano, che spontaneamente consegnò loro pochi grammi di hashish. Ma non c’entrava niente con l’operazione, tanto è vero che è stato processato separatamente. La sostanza stupefacente preannunciata da una fonte confidenziale del maresciallo e destinata a due fratelli (i figli della gestrice, che ha sempre detto di non sapere niente) non è arrivata. Il procuratore Pavone aveva proposto un anno e sei mesi e almeno un anno d’interdizione. Mentre il difensore Guidoni l’assoluzione perché il fatto non sussiste e, se esistesse, non costituirebbe reato, dopo aver cercato di demolire il quadro accusatorio. I giudici Coniglio, Scolozzi e Cittolin si sono chiusi in camera di consiglio, uscendone con una condanna - anche sulla base di una sentenza della Cassazione del 2011 - a nove mesi e un anno d’interdizione. Non c’è stata alcuna dichiarazione spontanea dell’imputato, malgrado fosse stata annunciata.

L’ultima udienza si era aperta con la deposizione di un altro carabiniere della stazione di Ponte nelle Alpi, che però quel giorno era di servizio in caserma e non partecipò all’operazione, pur avendo accompagnato i colleghi di Padova con i cani nel piazzale del palazzetto dello sport. Sapeva che doveva esserci la perquisizione, ma non conosceva la fonte. Sentito un’altra volta il capitano Di Iorio. Il collegio voleva capire da lui che influenza poteva aver avuto l’imputato nelle indagini. Il comandante della Compagnia di Belluno non conosceva Casagrande e non sapeva chi fosse il confidente del maresciallo. Il blitz è stato deciso il martedì per il venerdì, che era considerato il giorno più probabile. La sera prima un sopralluogo e nel giorno prescelto l’osservazione del bar con militari in borghese, tra i quali una donna, e una telecamerina. Alle 18, una telefonata, che è il segnale: la perquisizione non darà risultati, tranne poche dosi. La difesa

ha sostenuto che non c’era alcuna notizia e non c’è stata alcuna rivelazione, tanto è vero che le persone che sapevano non avevano cambiato atteggiamento. L’accusa ha ironizzato nella replica, chiedendo il perché della presenza dei carabinieri. Un’esercitazione? Il collegio ha condannato.

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