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Il silenzio del dolore nell’addio a Manuel

Taibon. Amici e il paese intero per l’ultimo saluto al giovane deceduto in un incidente stradale. I coscritti con i fiori sul capo

TAIBON. «È il silenzio del dolore, è il silenzio dei se e dei ma» quello che attende Manuel Costa sul sagrato della chiesa, quello che lo veglia durante il rito funebre, quello che don Mario cerca di spiegare e l'amico fraterno Stefano di far parlare, quello che precede la partenza verso la cremazione. «Mai sentito un silenzio così», dirà qualcuno ieri alla fine del funerale del giovane ventenne di Taibon, morto sabato mattina all'ospedale di Belluno dove era stato ricoverato in seguito all'incidente stradale avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 febbraio in Valle di S. Lucano.

«Ho cercato le parole più adatte» dice il parroco don Mario Zanon (che ha concelebrato con don Francesco Di Stefano, insegnante di religione di Manuel alle medie) «poi ho pensato che la parola più bella è il silenzio: non saprei come altro esprimere il mio e il vostro dolore». E il fatto che don Mario parli poi per 7 minuti non vuol dire che rompa quel silenzio, anzi ne dà una profondità maggiore, lo amplifica, lo umanizza.

«Sono silenziose le lacrime che esprimono la nostra partecipazione» continua «sono silenziose le domande che si formano nel nostro animo, i tanti se, i tanti ma che ci vengono spontanei quando pensiamo alla morte di Manuel e che rivolgiamo a questo Dio che a volte ci appare tanto lontano. Questo Dio, anche lui silenzioso, che sembra non partecipi dei nostri drammi, che vorremmo ci dicesse qualcosa».

Per don Mario la voce di Dio è quella del Vangelo che invita a credere in lui, verità, resurrezione e vita: «Tu ci credi? Dalla risposta dipende la soluzione ai se e ai ma». Per la folla che ha riempito la chiesa e si è stretta attorno alla mamma Stella, al papà Vittorio e al fratello Maicol, sarà una domanda da affrontare. Ma in quel silenzio incredibile, intanto, è la voce di Manuel a farla da padrona. I ragazzi delle Nuove Leve (la sua amata squadra di calcetto, una “famiglia”) che portano la bara in chiesa lo sentono chiamare la palla, arrabbiarsi se non gli arriva; quelli del Taibon e del Rivamonte lo abbracciano dopo l'esultanza per un gol; quelli del broomball ne avvertono lo strisciare sul ghiaccio; i suoi coscritti, che con in testa i bei cappelli ornati di fiori portano la bara fuori di chiesa, tornano a sentirlo cantare brani goliardici. Il verso della canzone di Ligabue (“...come non dovesse mai finire...”) risuona nella testa della ragazza a cui ha voluto bene, sulla fronte di lei schioccano ancora i suoi baci, “quelli più belli”. «Se mi fermo a pensare» gli dice la ragazza attraverso la voce di Stefano «non ti ricordo sereno e spensierato, ma come un gran rompi scatole, con quel sorriso sarcastico da prendere a sberle, sempre occupato nelle tue faccende che tempo per me non ne avevi mai, burbero e orgoglioso perché la ragione era sempre tua. È tardi per tornare indietro, ma sono forte se penso che amore c'è in me. Grazie per avermi fatto crescere e diventare la donna che sono ora: ne sono fiera. Tu vivi in me». In Stefano invece tornano «i pensieri e le paure» comuni lasciati fuori del campo e poi invece affrontati assieme

come fratelli, simili in tante cose anche nel non esternare le emozioni; «i sorrisi e le lacrime» generati dal pallone; l'insegnamento che «la vita non sempre ti sorride ma tu devi sorriderle senza mollare»; la promessa che «realizzeremo quello in cui tu credevi».

Gianni Santomaso

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