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Fusioni: «Ecco perché noi diciamo di no»

Sempre più numerosi i sindaci che si oppongono, dalla scorsa settimana hanno deciso di fare gruppo

BELLUNO. «Fusione dei Comuni? No grazie!». È questo il titolo dell’incontro proposto da Dario Scopel, sindaco di Seren del Grappa e membro del direttivo nazionale di Anpci, ai sindaci dei piccoli comuni bellunesi giovedì scorso nel municipio di Soverzene. Piccoli comuni in termini di abitanti, ma enormi per estensione, rispetto ai comuni della pianura veneta o a quelli della montagna alpina.

L' incontro è stato proposto: «per la convinzione che vi sia la necessità di alzare la voce rispetto all’ideologia delle fusioni sventolata ai quattro venti», spiegano i sindaci aderenti all’iniziativa, «con cui si vorrebbe giungere presto allo svilimento e desertificazione di comunità, storia e montagna». Dario Scopel e Nicola Vieceli (sindaco di San Gregorio nelle Alpi) hanno esposto l’analisi di dati: «che dimostrano come le fusioni dei Comuni non sono nè utili nè redditizie per il futuro delle nostre comunità»; è seguita poi una chiacchierata aperta e franca in cui, malgrado ognuno abbia le proprie inclinazioni politiche, c’era grande condivisione.

«Non si dice no a prescindere», spiegano i sindaci, «ma diciamo no in primo luogo alla rassegnazione. Il dire "tanto prima o poi le fusioni ci vengono imposte" significa accettare tutto passivamente e anche ciò che non si condivide. È un tema delicato che va trattato con consapevolezza e conoscenza, e non con la frettolosa rincorsa al "regalo" fatto dallo stato, che tra l’altro recupera questi soldi dagli altri comuni, per fare bella figura qualche anno. I nostri territori sono virtuosi, dando da sempre all’Italia molto in termini di risorse fiscali. Non devono essere perciò i primi ad essere sacrificati a favore di chi da sempre spreca ed è favorito da illogiche romane o qualsivoglia lobby».

Con questo primo incontro i sindaci hanno creato un gruppo, una voce, che vuole ragionare e vuole far ragionare anche i politici, a partire da quelli bellunesi, rispetto ai problemi che affliggono la montagna locale e che non saranno risolti semplicemente allargando i confini di un comune: «altrimenti basterebbe fare un comune unico».

Tanti i Comuni presenti: Soverzene, Voltago Agordino, Gosaldo, Taibon Agordino, Alleghe, Livinalongo del Col di Lana, Rocca Pietore, Cesiomaggiore, Sovramonte, Seren del Grappa, San Gregorio nelle Alpi, Zoppè di Cadore, Ospitale di Cadore, Perarolo di Cadore, Borca di Cadore, Cibiana di Cadore, Tambre, Chies d'Alpago, Comelico Superiore, Arsiè, Sospirolo, Danta di Cadore (assente giustificato), Domegge di Cadore (assente giustificato), Lamon (assente giustificato), Valle di Cadore (assente giustificato) e San Tomaso Agordino (assente giustificato). «Ma è solo il primo incontro e chiunque sia interessato può partecipare», precisa Scopel, che spiega anche alcune delle ragioni del no: «La prima è economica: la fusione non risolve i problemi della spesa pubblica italiana. Eliminare tutti i comuni sotto i 5 mila abitanti porterebbe a un risparmio dello 0,1%, mentre sappiamo che il 70% della spesa pubblica è statale.

In secondo luogo i “regali” della fusione non risolvono il problema principale della montagna, cioè lo spopolamento e infine i servizi: dove c’è un comune ci sono servizi alla popolazione, se il territorio si allarga si riducono anche le prestazioni fondamentali ai cittadini».(i.a.)

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