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Convertito all’Islam, Calonego non aveva più la scorta

Il bellunese rapito in Libia viaggiava senza protezione in una zona pericolosa. Renzi: ora serve prudenza

ROMA-BELLUNO. È una lotta contro il tempo. Questi giorni sono fondamentali per capire quale piega prenderà il rapimento del bellunese Danilo Calonego e del cuneese Bruno Cacace, i due tecnici italiani di 56 e 68 anni, sequestrati assieme a un cittadino canadese tre giorni fa a Ghat, nel sud della Libia.

L’obiettivo primario per gli investigatori di Tripoli e gli uomini dell’intelligence italiana è tirare fuori dal deserto libico, nel più breve tempo possibile, gli ostaggi che potrebbero ancora trovarsi molto vicino dal luogo dove sono spariti.

Vie di fuga bloccate. Ma ogni ora che passa accresce la possibilità che i tre ostaggi possano passare di mano. Rapiti probabilmente da una banda di predoni per un sequestro-lampo ed ottenere un riscatto, potrebbero diventare “merce” da vendere ai terroristi. E a quel punto l’iter per il loro rilascio diventerebbe molto più insidioso.

Perché, se la zona di Ghat dove Cacace e Calonego dipendenti della Co.I.Cos di Mondovì (Contratti Italiani Costruzioni) stavano lavorando alla ristrutturazione dell’aeroporto, viene considerata “non ad alto rischio”, si trova però poco distante dal confine algerino. Ma anche a quello del Mali e del Niger dove sono attive cellule terroristiche strutturate, comprese quelle che portano alla famigerata organizzazione di Boko Haram.

Renzi raccomanda prudenza. Quanto all’Is, in Libia ci sono jihadisti in fuga da Sirte, la loro roccaforte da settimane sotto l’attacco delle milizie di Misurata. Il vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo di unità libico, Moussa el Kouni, ieri in un tweet ha scritto: «Il Consiglio presidenziale intensifica gli sforzi politici con i servizi di sicurezza e gli abitanti del sud di Ghat e le regioni di confine per trovare i sequestrati».

Ma al momento nessuno ha rivendicato il sequestro, nemmeno sul web.«Su queste cose sono necessari lavoro, silenzio e prudenza», sono state le parole del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, da New York, parlando degli italiani rapiti in Libia a margine dell’assemblea generale dell’Onu.

La Farnesina ha definito la questione «delicata» e il caso viene seguito direttamente dal ministro degli Esteri, Gentiloni, e dal sottosegretario Minniti, autorità delegata ai servizi segreti.

Rapitori già noti alle autorità. L’unica cosa certa al momento è che Bruno Cacace e Danilo Calonego, assieme al terzo ostaggio italo-canadese a cui avevano dato un passaggio, sono ancora nelle mani di un gruppo di criminali comuni che non appartengono ad alcuna fazione fondamentalista.

Si tratterrebbe di persone conosciute alle forze dell’ordine. L’ipotesi è confermata dal sindaco di Ghat, Qumani Mohammed Saleh che ha negato che i rapiti siano nelle mani degli uomini dell’Is o di Al Qaeda.«I due ingeneri sono nelle mani di un gruppo fuorilegge» che in passato avrebbero effettuato imboscate contro auto e rapine.

Ma ad est di Ghat sono attivi anche i gruppi armati del popolo Tebu e le milizie dei nomadi Tuareg, da sempre in lotta per il controllo delle rotte del Sahara.

La scelta islamica. Sia Bruno Cacace di Cuneo e Danilo Calonego di Belluno, conoscono bene la Libia, Calonego poi si era convertito all’Islam dopo il suo secondo matrimonio con una donna marocchina. Proprio grazie ad un documento che attestava la sua adesione alla religione musulmana sarebbe riuscito a fuggire ad un precedente tentativo di rapimento, nell'ottobre 2014, da parte di un gruppo di predoni nel deserto libico.

Lo stesso Calonego ne aveva parlato in un'intervista rilasciata allora al nostro giornale: «Forse l'hanno visto, non lo so», aveva detto riferendosi al documento «o forse il crocifisso che ancora porto al collo mi ha aiutato a uscire da quella situazione. Comunque ci hanno lasciati andare, rubandoci telefoni e camere e sparando una raffica di colpi in aria».

In viaggio senza scorta. Ad entrambi, fino a qualche giorno prima di essere rapiti, era stata assegnata una scorta armata. Poi

gli era stata tolta. «Li hanno fermati nel deserto a bordo di un semplice fuoristrada», racconta Pier Luca Racca che per 10 anni ha lavorato in Libia e conosceva i due italiani. Soli, su una jeep, in un’area non controllabile, i tre sono spariti nel nulla.

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