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Referendum, 34 sindaci dicono di «sì» 

La decisione presa all’unanimità. Non sono mancate le perplessità di alcuni amministratori sull’utilità dello strumento 

BELLUNO. Sì al referendum per l’autonomia del Bellunese.
Incassa il voto unanime dei 34 sindaci presenti, la proposta della Provincia di indire un referendum il 22 ottobre, insieme a quello regionale, per rivendicare l’autonomia in virtù della specificità del territorio. Passa anche il primo dei due quesiti proposti dalla Provincia, quello che pone l’accento sulla specificità e sulla connessione tra funzioni aggiuntive e risorse economiche e che chiama in causa sia la Regione che lo Stato.
Ieri si sono ritrovati 35 su 64 primi cittadini, all’assemblea convocata dalla presidente Daniela Larese Filon. Quindi a dare il loro supporto a questa idea sono stati poco più della metà degli amministratori: un ulteriore segnale di come il Bellunese non riesca a strappare l’unitarietà anche in queste situazioni in cui si parla di autonomia, quel principio così tanto invocato da tutti da anni.
Presenti erano i sindaci di Lorenzago, Sospirolo, Lozzo, Sedico, Ponte nelle Alpi, Perarolo, Alano, Arsiè, Valle di Cadore, San Pietro di Cadore, San Vito, Danta, Val di Zoldo (è uscito prima della votazione), Alleghe, La Valle agordina, Taibon, Comeico Superiore, Santo Stefano, Santa Giustina, Lamon, Mel, Trichiana, Alpago, Agordo, Auronzo, Belluno, Cencenighe, Borca di adore, San Tomaso Agordino, Vodo, Voltago agordino, Zoppè di Cadore, Feltre, Pedavena, Longarone. Trentacinque amministratori, tra cui è spiccata l’unica voce fuori dal coro rappresentata dal primo cittadino di Val di Zoldo, Camillo De Pellegrin, il quale si è detto intenzionato ad astenersi dal voto «perché lo strumento del referendum è inutile. Si spendono 14 milioni di euro nella consultaizone regionale del 22 ottobre per dare autonomia senza poi averla, alla fine. Qui è tutto un gioco politico», ha riconosciuto De Pellegrin che poi ha aggiunto: «Sono risentito sui modi in cui questa notizia è uscita sui media senza che venisse convocata un’assemblea dei sindaci prodromica. Inoltre mi chiedo: chi finanzierà questo referendum provinciale? E soprattutto un ente come il nostro di secondo livello può indire un referendum a cui chiamare i cittadini ad esprimersi?». Qualche perplessità l’ha avanzata anche il primo cittadino di Agordo, Sisto Da Roit, che ha evidenziato come «gli strumenti per garantire le funzioni aggiuntive alla Provincia ci sono già, ma manca la volontà politica di applicarli. Ho alcune perplessità in merito all’utilità del referendum ma se serve per dare un futuro a questo territorio ben venga».
«Nessuno mi pare abbia detto di no a questa proposta referendaria», ha esordito la presidente Larese Filon, «pertanto oggi votiamo e una volta che abbiamo ottenuto l’ok, concorderemo con la Regione un incontro». La presidente ha poi precisato come i quesiti referendari che erano stati votati dal consiglio provinciale la settimana scorsa siano stati poi modificati dalla commissione statuto per «non incorrere in problemi procedurali. E per questo abbiamo anche chiesto di modificare il secondo quesito». Per il sindaco di Sospirolo, Mario De Bon il referendum «deve diventare uno strumento per portare all’elettività della Provincia»; invocando le risorse necessarie per farla funzionare e soprattutto precisando la necessitò di «un piano politico sotto». Contenta anche la sindaco di Santo Stefano, Alessandra Buzzo che ha sottolineato l’importanza che in questo processo «sia coinvolta non solo la Regione ma anche lo Stato perché
dia le risorse necessarie». In molti, poi a cominciare da Franco De Bon a capo del comune di San Vito, hanno evidenziato come «siamo di fronte ad un territorio svantaggiato diverso dalla pianura, e quindi bene questa idea che ha il merito di togliere dalla polvere un tema così importante».

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