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In Valle del Mis riemerge l’antico centro minerario

I volontari dell’Arca hanno riportato alla luce una struttura per lavorare il rame. L’appello alle istituzioni: «Il sito va valorizzato o tornerà ad essere sepolto»

GOSALDO. «Questo sito è un unicum nel panorama veneto e italiano, ma, se viene abbandonato, nel giro di due anni tutto ciò che abbiamo riportato alla luce tornerà ad essere sepolto».

Lo dicono insieme i volontari dell’Arca (il Gruppo archeologico agordino presieduto da Gabriele Bernardi) e l’archeologo Luca Rinaldi mentre stanno concludendo la sesta campagna di scavi a Pian de le Lóppe, in valle del Mis, comune di Gosaldo. Un posto che sta praticamente di fronte alla famosa località di California spazzata via dall’alluvione del 1966.

Avrebbe dovuto essere l’ultima campagna, ma probabilmente non sarà così. «A novembre – dicono Gabriele Fogliata e Ivan Minella di Arca – quando la foglie saranno cadute verrà fatta una nuova indagine geomagnetica dalla quale si capirà se e come andare avanti: da qualche parte ci deve essere il forno nel quale venivano effettuate le prime due fasi della fusione del rame».

Quello in questione è infatti un sito archeo-metallurgico. Qui tra la metà del ‘400 e il ‘500 veniva lavorato il rame. Detta così, però, sembra banale. In realtà vedere direttamente con gli occhi ciò che i volontari dell’Arca hanno portato alla luce nel corso degli anni lascia esterrefatti. «Con lo scavo di quest’anno – spiega l’archeologo Luca Rinaldi – abbiamo confermato l’ipotesi della presenza di un opificio metallurgico collegato alla lavorazione del rame. In questi giorni, infatti, abbiamo ritrovato delle scorie che ci testimoniano come, al primo piano dell’edificio, si svolgesse la raffinazione del rame, portandolo al 99% di purezza, pronto per essere messo in commercio». «Rame – continua Fogliata – che veniva estratto in una miniera nelle vicinanze, veniva poi portato in una rosta (che abbiamo rinvenuto appena al di là del torrente Campotorondo) dove veniva arrostito per scomporre il minerale. L’ipotesi è poi quella che ci fosse un forno in cui si praticassero due fusioni: uno da cui si ricavava la metallina e un’altra da cui si otteneva il rame nero, cioè un rame al 90%».

In attesa del forno, lo scavo effettuato in questi giorni ha esposto completamente l’edificio cinquecentesco. «Al pian terreno c’erano due vani – descrivono Rinaldi e Fogliata – uno di quasi sette metri per cinque e l’altro di cinque per cinque. Vani che presumibilmente servivano per il deposito del metallo finale. Sulla destra, a fianco del secondo di questi vani, abbiamo rinvenuto lo spazio dove era collocata una ruota dentata. Ruota che veniva azionata dall’acqua del Campotorondo fatta cadere dall’alto e che faceva funzionare probabilmente un maglio usato dal fabbro per la produzione di arnesi e, al piano superiore, i mantici per le operazioni di raffinazione del rame».

Già negli anni scorsi, inoltre, era stata riportata alla luce una splendida “calchera” (aperta solo a metà per evitarne il crollo) per la produzione della calce usata per la costruzione dei muri perimetrali dell’edificio ancora in buone condizioni. «I resti di ceramiche, di ossa e di altri oggetti – aggiunge Rinaldi – ci dicono che qui i minatori non solo lavoravano, ma vivevano».

Ora, con la direzione scientifica di Gilberto Artioli dell’Università di Padova e con il supporto (questa campagna costa 15 mila euro) del Parco, del Bim e del Comune, Arca ha fatto tornare in vita quegli uomini di cinquecento anni fa.

«Si tratta di uno scavo unico nel suo genere – dice Rinaldi – certamente nel Veneto e probabilmente anche in Italia. Non c’è mai stato uno scavo stratigrafico svolto con le tecniche moderne che abbia portato alla
luce simili testimonianze».

Le istituzioni ora sono davanti a un bivio: o elaborare un progetto per la protezione e la valorizzazione di questo unicum o lasciare che in poco tempo la natura lo ricopra e porti a valle i soldi spesi in questi anni.

Gianni Santomaso

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