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Duomo, in più di mille per l’addio a don Soccol

Commossa e commovente l’omelia del vescovo Marangoni, che ha concelebrato «Ultimamente nutriva un incontenibile desiderio di salire in montagna»

BELLUNO . «Noi tutti, ciascuno in modo originale, portiamo i riflessi del volto luminoso di don Francesco». È stata un’omelia commossa e commovente quella che ha pronunciato ieri mattina il vescovo Renato Marangoni durante il funerale di don Francesco Soccol.

«Egli, senza esitazione alcuna, si è tolto ogni velo. Non era solito prendere distanze di sicurezza e, disarmato, incontrava le persone pelle a pelle. Ognuno di noi ha potuto trovare un’ospitale dimora in lui. Sì, don Francesco si faceva abitare. Andavi da lui e ti sembrava di tornare a casa, di attingere quell’affetto che ti fa sentire amato, atteso da qualcuno, protetto nelle proprie fragilità». Don Francesco era amato e rispettato da tutti. Il Duomo quasi non respirava dalla moltitudine di persone venute a salutare il parroco di Cavarzano un’ultima volta. Più di mille sicuramente: chi con il fazzoletto in mano, chi con gli occhi lucidi, chi con il sorriso. E oltre 130 preti della diocesi di Belluno-Feltre ma anche da fuori.

In prima fila la sorella Paola e le autorità civili e religiose. Poco dopo le 10 è stato trasportato il feretro lungo la navata principale e poi appoggiato per terra davanti all’altare. Sopra di esso la parola di Dio aperta e una foto di don Francesco che lo ritrae davanti alle sue amate montagne.

«Negli ultimi giorni don Francesco nutriva un incontenibile desiderio di salire in montagna», ha continuato Marangoni, «avrebbe voluto fare la salita al monte Agner, poi riunirsi al gruppo che sarebbe salito, ieri, al Pelmo. Voleva “salire”. Noi non comprendiamo il risvolto drammatico della tua salita in montagna ma sembra smontare ogni nostro ragionamento. Sembra dirci che anche il Dio con cui ti sei incontrato sul monte è diventato piccolo, umile, disarmato, abbandonato, sorridente, ospitale, come hai potuto essere tu. Un Dio che sale e scende il monte con noi. E lassù dà la vita».

Non c’erano appartenenze etniche, culturali o religiose che lo frenassero o gli impedissero di aprire un dialogo con gli altri. Presenti ieri mattina al Duomo, oltre alle comunità di Cavarzano, Sargnano, Cadore, Zoldo e ai sindaci di Belluno, Valle e Zoppè di Cadore, anche la comunità musulmana di Belluno e quella cristiana africana di Cavarzano.

«Era uno di noi», ha affermato commosso don Roland, della comunità cristiana africana, «appena riusciremo gli organizzeremo un funerale africano. Con lui ci sentivamo a casa. Grazie». Ed è stata proprio la comunità africana bellunese, con il gruppo I cherubini di Belluno, a intonare una preghiera francese intitolata “Il cammino, la verità, la vita”.

Il metodo di don Francesco era incentrato sulla bontà. Quella stessa bontà, ha ricordato il vicario del vescovo, don Luigi Dal Favero, «che ha cercato di trasmettere nei 9 anni a Pieve di Cadore, nei 15 a Valle e Vodo, nei 12 anni a Zoldo e nei 5 anni a Cavarzano. Il grazie arriva da tutti quelli che lo hanno conosciuto: i giovani e le scuole, le famiglie, i tanti malati che ha soccorso, il mondo del disagio e quello del carcere, dove è stato cappellano, gli emigrati e i richiedenti asilo. Sono tre le parole che ci vengono in mente quando pensiamo a lui: è stato un fratello, un amico e un vero padre».

Ma è stato in grado anche, come traspare dalle numerose testimonianze, di avvicinare Dio alla gente. «Hai fatto sì che Dio fosse alla misura del tuo sorriso, del tuo affetto, della naturalezza con cui ci hai incontrati, della leggerezza e discrezione dello starci accanto e dell’entrare in empatia con ognuno, qualsiasi fosse la sua appartenenza di fede e di cultura», ha concluso Marangoni, «forse ci stai suggerendo di cercarlo ancora questo Dio inaspettato in una vita buona, in un’umanità che impara a riconciliarsi e ad aiutarsi. Solo in una fraternità più voluta e più cercata potremmo far diventare più raggiante il nostro volto senza lasciarlo incupire da rassegnazione e paura. Noi diocesani avevamo colto subito in te il coraggio e la libertà
con cui guardavi al futuro delle nostre Chiese, un po’stanche e demotivate. Hai venduto tutto di te per quello che siamo. Lo hai fatto pieno di gioia. Sei stato un uomo e un prete felice».

Il feretro è stato poi trasportato e sepolto a Taibon, terra natia di don Francesco.

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