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Jager, il piccolo cervo salvato da Cristina a Canale d'Agordo

Lei scappata da Dolo per vivere in montagna, lui rifiutato dal branco perché qualcuno l’aveva toccato

Piccolo cervo adottato a Canale d'Agordo In località La Sota, lungo la strada che da Canale porta alla Valle di Garés, vivono solo in due. Cristina Lucenti, una ragazza di Dolo che un anno fa ha lasciato la città troppo caotica scegliendo la montagna, e un piccolo di cervo che ha lasciato il bosco perché i suoi simili non l’hanno più voluto dopo che ha avuto dei contatti con gli uomini. “Il mio padrone di casa – spiega Cristina Lucenti – mi avvisa che ha avvistato un piccolo di cervo. Una mattina, mentre mi stavo preparando per andare al lavoro in Luxottica, mi chiama e mi dice che sta per morire. Era pelle e ossa, erano giorni che non mangiava”.Che fare? Cristina decide di non lasciarlo morire. Lo battezza: Jäger, come Jägermeister, il famoso amaro il cui simbolo è proprio il cervo. Poi si rivolge alla polizia provinciale.

CANALE D’AGORDO. In località La Sota, lungo la strada che da Canale porta alla Valle di Garés, vivono solo in due. Una madre che un anno fa ha lasciato la città troppo caotica e un piccolo che ha lasciato il bosco, perché i suoi simili non l’hanno più voluto dopo che ha avuto contatti con gli uomini. Poco importa se la prima è una donna di 29 anni scappata da Dolo e il secondo un piccolo di cervo nato attorno a metà maggio. E poco importa se, probabilmente, fra qualche settimana si dovranno separare. Sono entrambi “selvatici”.

A La Sota le presenze animali sono frequenti: volpi, tassi, caprioli, cervi. Ai primi di giugno, però, se ne materializza una che non passa inosservata. «Il mio padrone di casa – spiega Cristina Lucenti, la mamma – mi avvisa che ha avvistato un piccolo di cervo. Una mattina, mentre mi stavo preparando per andare al lavoro in Luxottica, mi chiama e mi dice che sta tirando gli ultimi. Era pelle e ossa, erano giorni che non mangiava. Gli sentivi la spina dorsale e non pensavo passasse la notte. Ho provato a bagnarli la bocca col latte di mucca, ma era davvero ko».



Che fare? Cristina decide di non lasciarlo morire. Lo battezza: Jäger, come Jägermeister, il famoso amaro il cui simbolo è proprio il cervo. Poi si rivolge alla polizia provinciale. «Inizialmente un agente mi aveva detto di lasciarlo andare – racconta – il giorno dopo un suo collega passa a vedere e si rende invece conto che bisogna dargli il latte». E così Cristina compra quello di capra, il più simile a quello della mamma biologica. Poi, a luglio, su consiglio del veterinario, passa a quello di mucca che è più grasso e Jäger inizia a mettere su un po’ di ciccia. «Il latte mi è stato rimborsato dalla riserva di caccia di Canale – sottolinea – grazie all’attenzione del presidente Daniele Rosson. Proprio con Rosson e con la polizia provinciale si sta pensando di attaccargli un orecchino affinché una volta nel bosco i cacciatori sappiano che è una bestia speciale e non lo tocchino».

Già una volta gli umani, toccandolo, lo hanno segnato. «I piccoli di cervo – spiega Cristina – hanno l’abitudine di accucciarsi nell’erba alta. Sembrano morti, ma non lo sono. Probabilmente qualche persona lo ha toccato e gli ha trasferito l’odore umano, motivo per cui la madre poi si è insospettita, temendo una trappola, e non lo ha più voluto. Non bisogna mai toccare gli animali selvatici». Oggi Jäger salta nel prato attorno casa, bruca l’erba scegliendosi quella che vuole: la sua dieta assieme al latte dal biberon. Gioca con Minnie, la gattina nera, a cucciarsi le orecchie a vicenda. Si avvicina ai turisti che percorrono i sentieri circostanti e che restano emozionati nel vedere le chiazze bianche sul pelo.

«Come nei cartoni animati», dicono. «È proprio una favolina – ammette Cristina – il primo mese non ho dormito nulla perché ogni 4-5 ore dovevo dargli il latte, ma quando lo chiamavo non mi rispondeva, si nascondeva nell’erba alta e dovevo andare a cercarlo con la torcia. Ora ha imparato e mi risponde». Lo porta con sé nelle passeggiate nel bosco, lei fa la legna e lui gioca. Ma in casa non lo fa entrare. «Non è un cane né un gatto, ma un cervo. A volte mi preoccupo se non mangia, ma ho capito che non devo. Lui sa quello che deve mangiare, d’istinto. E in questo siamo simili. Anche noi uomini abbiamo tutto dentro di noi, basta che ci ascoltiamo e sentiremo i nostri bisogni».

Come tutte le mamme, anche Cristina sa che il figlio prima o poi dovrà andarsene. «Io sono pronta a dargli il fieno quest’inverno ma spero che presto si ricongiunga al suo branco. Quando vedrà gli altri scappare dall’umano vorrei che scappasse anche lui».

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