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Giancarlo Garna archeologo bellunese “Person of the year»

Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato  dall’Osservatorio internazionale archeomafie per il 2017

BELLUNO. «Person of the year 2017» per il contrasto ai crimini contro il patrimonio culturale. È il prestigioso riconoscimento che l’Osservatorio Internazionale Archeomafie ha assegnato all’archeologo Giancarlo Garna che, dal 2012, partecipa alla missione archeologica italiana in Assiria, con il progetto archeologico regionale Terra di Ninive.

Raggiunto dalla notizia a Dohuk, nel Kurdistan Iracheno, dove sarà impegnato fino ad ottobre, Garna si è detto sorpreso della decisione dell’Osservatorio Internazionale Archeomafie, Ong che dal 2004 monitora i traffici di reperti in tutto il mondo.

L’archeologo, bellunese di nascita ma padovano d’adozione da trent’anni, è stato premiato “per il suo impegno nella tutela del patrimonio culturale nelle aree di crisi e di guerra e la costante opera di sensibilizzazione della categoria e dell’opinione pubblica”.

Garna è da sempre impegnato nella società civile, in diversi ambiti. Rugbista con il Cus Padova dal 1995 al 2003 (e prima col Belluno), impegnato in politica con Rifondazione Comunista, di cui è stato segretario cittadino, si è speso molto in conferenze e incontri per far conoscere cosa sta avvenendo al patrimonio archeologico in Paesi disastrati dalla guerra come la Siria e l’Iraq. Attualmente lavora per l’Università di Udine con cui ha partecipato alle missioni archeologiche a Mishrifeh (Siria) nel 1999 e a Palmira dal 2009 al 2010.

Che effetto fa essere nominato persona dell’anno?

«Mi ha lasciato molto sorpreso, era del tutto inaspettato», confessa candidamente Garna, «Mi hanno spiegato che viene assegnato senza che i segnalati lo sappiano. Ovviamente mi fa molto piacere, come i tanti attestati di stima sui social. Sono felice che la mia attività di educazione, formazione e denuncia sia apprezzata. È un tributo al lavoro oscuro compiuto quotidianamente da tanti altri archeologi come me, con cui voglio condividerlo idealmente».

Cosa si aspetta da questo riconoscimento?

«Spero aiuti a diffondere la consapevolezza che il commercio illegale di reperti è un business fortissimo: il terzo traffico illegale mondiale dopo armi e droga. È servito a finanziare l’Isis. L’arte è bene rifugio, oltre che di prestigio e di lusso. Ogni furto, ogni distruzione, è un danno alla storia e alla nostra identità. Specie dove la civiltà è nata, come la Mesopotamia. O l’Italia, dov’è importante educare alla legalità perché le mafie sono molto presenti in questi traffici».

A cosa state lavorando in Iraq?

«Ci troviamo a circa 60 km a nord di Mosul, dove la situazione è tranquilla. Oltre all’attività di scavo svolgiamo vari progetti sul territorio, come la formazione di giovani archeologi locali. Lavoriamo a titolo ufficiale per la Farnesina, su ritrovamenti del secondo millennio avanti Cristo delle civiltà Assira e Babilonese. È un’area ricchissima anche di reperti Ottomani ed Ellenistici, in zona per dire c’è il sito di Gaugamela, dove Alessandro Magno vinse la battaglia decisiva sui Persiani».

Ha fatto scalpore l’uccisione da parte dell’Isis del direttore degli scavi di Palmira, Khaled Asaad. Sono tanti gli archeologi a rischio?

«Sono molti. Ho conosciuto personalmente
Khaled Asaad nel 2010, siamo stati tra gli ultimi a vedere Palmira com’era prima della guerra. Era un signore molto affabile e conosciuto. Ha pagato con la vita il suo amore per il patrimonio culturale del suo Paese, come altri 17 archeologi siriani».

Simone Varroto

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