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La contrapposizione è territoriale e politica

Le grandi manovre sono state fatte dietro le quinte e hanno creato una frattura: i patti sono saltati

BELLUNO. La politica dell’accordo è fallita. Se nel 2014 i sindaci erano riusciti a convergere sul nome di Daniela Larese Filon e a tenere unito il territorio, a tre anni di distanza la situazione è completamente cambiata. La contrapposizione non riguarda nemmeno più destra e sinistra. Va oltre. È territoriale, oltre che politica. Le grandi manovre per la candidatura di Manfreda si sono svolte dietro le quinte e hanno portato a una frattura evidente.

«Che fa male, in un momento delicato come quello che stiamo vivendo», spiega Serenella Bogana, presidente facente funzioni. «Abbiamo indetto un referendum per chiedere maggiore autonomia per il nostro territorio. Che autonomia andiamo a rivendicare adesso?», si chiede. Bogana conferma di essersi spesa a sostegno di Mario Manfreda, «perché è il candidato che può meglio rappresentare il territorio, che non ha una visione personalistica». Perché non si è candidata lei stessa, visto la disponibilità l’aveva data? «Lo avrei fatto solo se il mio nome fosse stato condiviso. Quando ho capito che non c’erano le condizioni affinché ciò avvenisse, mi sono ritirata». La decisione risale a giovedì scorso.

La sera stessa è emersa la candidatura di Manfreda. Spinta dal Cadore, con Svaluto Ferro e Renzo Bortolot in testa. «Diciamo che qualcuno ha voluto calcare la mano, sono state dette cose molto inopportune». Il riferimento è alle dichiarazioni del sindaco di Belluno Massaro, che ha definito «scorretto» il comportamento dei colleghi. «Sono state eccessive», spiega Leandro Grones, che con l’Agordino appoggia Manfreda. «La nostra è stata la scelta di un territorio che non si è sentito ascoltato, che è stato emarginato nelle scelte fatte dai Comuni più grossi della provincia». Le due vallate vedono il nome di Padrin «imposto», da Belluno e Feltre e hanno rivendicato con forza la loro presenza. «Si sarebbe dovuto ragionare con calma e per tempo, fin dal giorno successivo alla sconfitta di Daniela Larese Filon. Invece si è voluto aspettare, buttare sul tavolo il nome di Padrin come l’unico possibile. Non siamo stati noi a spaccare la provincia. Spiace, perché fino all’ultimo si è cercato di trovare una soluzione unitaria».

«Raccogliendo le firme ad insaputa di chi stava lavorando per la soluzione unitaria?», ribatte Massaro. «Se ho fatto alcune dichiarazioni è proprio perché sapevo cosa stava succedendo. E quello che fa arrabbiare è che i sindaci del Cadore e dell’Agordino abbiano deciso di mettere un loro candidato senza informare chi aveva dato la sua disponibilità (Padrin di certo non è stato avvisato) nè chi era stato incaricato, anche da loro, di trovare la quadra in questa situazione. Chi ha firmato la lista di Manfreda, pubblicamente sosteneva fosse preferibile la candidatura di Roberto Padrin per una questione di rappresentanza territoriale. Sono state anteposte le logiche del campanile all’interesse dell’intero territorio provinciale. La soluzione istituzionale c’era, ma c’è chi ha voluto discostarsene».

E se per la presidenza ormai è sfida a due, ben altra partita si aprirà per il consiglio. «Serve una Provincia in cui il livello amministrativo si esprima in modo unitario», commenta Giovanni Piccoli, che si appella all’unità. Venuta meno con la candidatura di quello che è noto per essere il suo delfino in Cadore.

«Se i sindaci di Cadore e Agordino non hanno cambiato idea anche su questo, si andrà al rinnovo entro fine anno», conclude Massaro. «La lista unica avrebbe dovuto nascere sulla base dell’accordo istituzionale di tre anni fa, ma
a questo punto non so se sarà possibile. Mi auguro però che chi oggi siede in Provincia continui a svolgere il compito al quale è stato chiamato. Altrimenti vorrà dire che l’interesse individuale e di parte sarà stato superiore a quello generale, del territorio». (a.f.)



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