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Papa Albino Luciani “beato” Prima di Savio ci provò Ducoli

Lo ha rivelato l’arcidiacono di Agordo, monsignor Giorgio Lise che fu segretario dell’allora vescovo In ricordo di Giovanni Paolo Primo volle erigere anche un centro pastorale in Costa d’Avorio 

BELLUNO. Il processo di beatificazione di Papa Luciani che si avvia a conclusione, e che è stato avviato nel 2003 dall’allora vescovo Vincenzo Savio, era stato tentato ancora a metà degli anni ’80 dal vescovo dell’epoca, Maffeo Ducoli. Lo rivela, nel quinto anniversario della morte di Ducoli – 28 agosto 2012 – il suo segretario, mons. Giorgio Lise, oggi arcidiacono di Agordo.

«Per Papa Luciani, di cui il vescovo Maffeo aveva avvertito la fama di santità presente nel popolo di Dio, aveva cercato – appena passati i 5 anni canonici dalla morte – di avviare il processo di beatificazione, senza peraltro riuscirci. Impegno ripreso poi da mons. Vincenzo Savio nel 2003. Come Postulatore diocesano, in una intervista parlavo dei tempi di attesa per il riconoscimento della virtù eroiche: 10/15 anni. Siamo a tiro! Speriamo che tutto proceda per il meglio…».

Forse pochi ricordano che in ricordo di Papa Luciani, mons. Ducoli volle erigere in Africa, diocesi di Grand-Bassam in Costa d’Avorio, un Centro pastorale intitolato proprio a “Jean Paul I”. Ma Ducoli si è adoperato di far memoria del Papa di origine bellunese anche con il Centro Papa Luciani di Col Cumano.

«Le opere di Dio si fanno sempre con la collaborazione di tutti e, comunque, sono frutto primario della divina Grazia» è una delle frasi che il vescovo morto 5 anni fa a Verona, dopo essere stato vescovo di Belluno per 20 anni, usava per stimolare alla collaborazione in ogni circostanza.

«In realtà tante sono le opere che egli ha realizzato con la collaborazione di persone ed Enti ai quali prospettava in maniera chiara progetti e obiettivi di quello che aveva in mente di realizzare» ricorda Lise. Oltre che il Centro Papa Luciani, ecco il Santuario del Nevegal. Ma non è da dimenticare l’impegno per il Villaggio “San Paolo” al Cavallino («ricordo tra l’altro i viaggi a Roma per salvarlo quando si stava prospettando la possibilità che venisse “incamerato” dallo Stato in quanto costruito su terreno del demanio»), come pure l’incoraggiamento per l’ammodernamento della Casa di San Marco di Auronzo. L’ultima sua opera, seguita con passione anche dopo il ritorno della “sua” Verona, è stato il Santuario del Nevegal dedicato all’Immacolata (Giovanni Paolo II il 30 agosto 1992 benedisse la statua a Domegge).

«A chi – come me – gli chiedeva perché si impegnasse in un’opera così ardua e anche contestata, rispondeva facendo capire che la chiesa di pietre è un bene che resta, consegnato alle generazioni future, destinato ad impreziosire per secoli la storia, oltre che il patrimonio spirituale e culturale di una intera comunità di credenti».

In questa estate in più occasioni e luoghi è stato celebrato il trentennale della prima vacanza di Giovanni Paolo II in Cadore (1987). «Penso di poter dire che solo da una mente sempre fervidamente in attività poteva nascere questa idea (poi realizzata) di portare nella nostra Provincia il Papa per una vacanza (la prima ma non l’ultima) – è di nuovo il ricordo di Lise –. In quell’anno e in quelli seguenti sono sorti momenti irripetibili per la nostra diocesi: le “udienze” a Lorenzago”, l’incontro da vero “buon pastore”con la popolazione di Costalta, la messa in Val Visdende, la visita al cimitero del Vajont a Fortogna, l’incontro con migliaia di persone al Centro Papa Luciani, i tanti incontri non programmati con le più svariate categorie di persone nei boschi, tra le nostre montagne o vicino a Rifugi alpini. Personalmente, mi piace pensare che la visita pastorale di Giovanni Paolo II alla nostra diocesi, il 26 agosto 1979, anche questa voluta pervicacemente da mons. Ducoli (ad una prima richiesta – penso di poterlo dire visto che i protagonisti non ci sono più – gli fu risposto: “figurarsi se il Santo Padre viene a Belluno…. ”), sia stata quasi una “premessa” a quelle che avrebbe fatto successivamente».

Ducoli è ricordato per le opere “materiali”. Tuttavia chi gli è stato vicino conosce il suo impegno per il rinnovamento della catechesi, per la liturgia, per la crescita della spiritualità, per la formazione di
laici e sacerdoti, per la cultura. «Allora, penso che il Vescovo Maffeo, per quanto ha donato al popolo di Dio nei suoi venti anni di ministero a Belluno-Feltre – conclude il suo segretario –, meriti certamente di ricevere da quello stesso Popolo la gratitudine più sincera e duratura».

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