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Un tavolo provinciale per assorbire i disoccupati

I sindacati chiedono agli imprenditori di quali figure lavorative hanno necessità per reinserire le centinaia di fuoriusciti. De Carli e Roffaré: «Prima vanno formati»

BELLUNO. Cosa fare di tutti i lavoratori che, tra la crisi della Ferroli di Alano e la preventivata, ma ancora non applicata, mobilità dell’Acc Wanbao, sono destinati ad uscire dal mercato del lavoro entro breve? Si tratta di alcune centinaia di persone di cui la maggior parte con più di 40-50 anni. Un’età “critica” che dagli stessi operatori delle agenzie interinali viene catalogata come “vecchiaia”. Il tessuto imprenditoriale bellunese sarà in grado di integrare queste persone? La situazione è preoccupante anche perché arriva dopo quasi 10 anni di crisi con molte imprese già chiuse e un tessuto socio-economico già provato.

La questione sarà posta al tavolo provinciale, il 19 settembre, dai sindacati alle associazioni di categoria (dagli industriali agli artigiani). Lo scopo è trovare una via che passi attraverso la formazione e la riqualificazione per reinserire in azienda chi ne è stato estromesso. Ma trovare la quadra non è semplice: da un lato le parti sociali spingono perché ci sia una sensibilizzazione da parte delle imprese bellunesi verso chi è disoccupato e ha 50 anni ma anche tanta esperienza e molte competenze alle spalle, e dall’altro gli imprenditori che non vorranno farsi dare suggerimenti su chi assumere.

«In realtà il mercato del lavoro è in movimento», precisa Rudy Roffaré segretario aggiunto della Cisl di Belluno-Treviso, «le cose sono migliorate negli ultimi mesi, tanto che ci sono diverse aziende che stanno cercando lavoratori, ma non riescono a trovare anche le figure più semplici. Sicuramente un’azienda cerca sempre di assumere giovani». «Se i cinquantenni non vanno a ruba, di certo le imprese non investono sui giovani visto la grande quantità di contratti a termine, che significa sfruttare e non investire. Siamo di fronte ad un circolo vizioso: si rinuncia alla professionalità dei cosiddetti anziani e si sfrutta soltanto la manovalanza giovanile senza dare una prospettiva nè all’uno nè all’altro», aggiunge critico Mauro De Carli segretario della Cgil.

«Però anche a un over 50 è richiesta una certa capacità di adattarsi a situazioni diverse da quelle da cui proviene. E quindi c’è bisogno, prima di immetterli nel mercato del lavoro, di far loro seguire dei corsi di formazione e riqualificazione», prosegue Roffaré.

Oggi è diventato importante, infatti, il saper lavorare in team, «saper risolvere i problemi anche in assenza dei capireparto. Insomma, una certa autonomia operativa è richiesta a tutti. Le dinamiche lavorative sono cambiate. Già partecipare ad un corso di formazione aiuta ad uscire da alcuni schemi», dicono i due segretari.

«Gli imprenditori», conclude De Carli, «non dovrebbero farsi influenzare dall’età di una persona anche perché oggi l’età pensionabile è sempre più alta, e quindi sempre di più avremo ultra 50enni
e ultra 60enni che devono lavorare. Ma anche i giovani vanno formati: la scuola o l’università non danno le competenze per sapersi spendere nel mercato del lavoro». Bisogna incrociare domanda e offerta, previa analisi delle necessità delle aziende», aggiunge Roffaré. (p.d.a.)

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