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Festa finisce a botte, quattro in ospedale

Una serata a Menfi in Sicilia prende una brutta piega, un alterco accende la miccia e i ragazzi del posto si scatenano

Si era annunciata come una serata d’estate, sotto le stelle e il tendone della festa paesana sul caldo e ospitale litorale siciliano di Porto Palo di Melfi. E si è trasformata in una serata da dimenticare, e non sarà nemmeno facile, per un gruppo di giovani feltrini, fra i 21 e i 23 anni. Il gruppo misto, è stato fatto oggetto, a calci e pugni, di una sorta di “regolamento dei conti” da parte un branco di ragazzi del posto che non avrebbero digerito la presenza di coetanei foresti.

Quattro i feltrini finiti in ospedale a Menfi per contusioni e ferite lacerocontuse al volto. Per tre di loro la prognosi si è allungata fino ai sette giorni. Per il quarto, che forse ha riportato il danno peggiore avendo incassato calci e pugni sul rene, non si sono resi necessari né punti né medicazioni. Ma il giovane può solo incrociare le dita che non si siano verificate lesioni d’organo.

Un incubo, per la maggior parte di loro che devono ancora superare lo shock da trauma per aver visto, e sentito, una tale violenza. Un trauma che ancora li trattiene dall’intraprendere azioni di querela e giudiziarie, nonostante i carabinieri di Feltre ai quali è stato trasmesso il rapporto, su referti del pronto soccorso, dai colleghi di Sicilia, li abbiano invitati a costituirsi parte civile. E tutto questo, perché è successo? Il copione non è inedito. Può essere partito da una sbadataggine, come urtare per sbaglio il vicino, da uno sguardo che può essere equivocato, insomma da un pretesto qualsiasi che ha innescato un alterco.

A quanto hanno riferito i giovani di Feltre ai loro genitori che hanno voluto sapere per filo e per segno cosa fosse successo, quando il gruppo feltrino ha visto come si mettevano le cose, con un’aggressività verbale in crescendo da parte dei giovani locali con i quali erano entrati in conflitto, hanno pensato bene di levare le àncore. E si sono avviati verso l’auto. A un certo punto hanno realizzato di essere seguiti, e non dai pochi che avevano visto un momento prima, ma da un branco di energumeni, una quindicina, che parevano essere stati reclutati apposta.
Una ragazza del gruppo, coraggiosamente, gli ha fatto fronte invitandoli a tornare indietro e a lasciar perdere. Ed è stata fatta volare. Dopodiché si è scatenata una gragnuola di colpi e pugni rispetto alla quale i feltrini hanno cercato di scongiurare il peggio. Sono costernati, i genitori, anche se rispettano tempi e modi di ciò che decideranno di fare, adesso, i loro figli.

Pietro Cittadino, uno dei genitori dei giovani colpiti dal branco, una domanda però se la pone. E idealmente la indirizza al sindaco di Menfi e alla comunità sociale e civile tutta. «Cosa rimane? Questo è la domanda a cui da tempo cerco di trovare risposta. Come vive il poi l’aggredito, come lo vivono gli aggressori. Ragazzi e ragazze spensierati, per contro il branco, deciso a colpire. Cosa fa scattare la molla che spinge in maniera deliberata a colpire, esseri completamente inoffensivi. Dare una spiegazione, temo sia difficile. Mantenere il distacco emotivo senza incorrere nelle solite banalità sul “tanto sono meridionali”, lo è altrettanto. La violenza esiste, l’uomo è violento, la società vive della violenza. La cosa a cui siamo chiamati noi adulti, è quella di dare ai giovani, un modello di vita che si stacchi dalla continua ricerca di dover rappresentare ciò che passa attraverso i canali mediatici. Tornare

alle cose essenziali, alla vita normale, dove conta chi sei interiormente, non cosa sei esternamente. Dare i mezzi a tutti per poter trovare una forma di morale, conoscenza delle proprie potenzialità, creare i presupposti, per poter essere inseriti in questo mondo» .
Laura Milano

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