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Il Piave nascerà in Friuli? «No, le sorgenti sono due»

Lucia Piller del rifugio: «Zaia rivendicherà come vera, quella del Comelico» Cason (Ana Cadore): «Non cambia nulla, è il fiume sacro, il fiume degli italiani»

SAPPADA. «Dunque, signora, noi veneti perderemmo le sorgenti del Piave? Lei che le ha viste bellunesi per più di 50 anni, rinuncia volentieri a questa identità?». Siamo al Rifugio “Sorgenti del Piave”, ai piedi del Peralba, e la signora Lucia Piller Rosina ci guarda con due occhi così, come sorpresa della domanda. «Il Piave resterà sempre il Piave. Non credo che Sappada ritornerà al Friuli. Se nell’anno del Centenario della Grande Guerra, il “fiume sacro” non sarà più veneto per questa sorgente, sono sicura che il governatore Luca Zaia rivendicherà come prima, vera sorgente, quella più bassa, a un chilometro da qui, che si trova in comune di San Pietro di Cadore».

Piove quassù, fa freddo, forse sul Peralba nevica, ma il meteo non ci dà alla testa. Il Piave, effettivamente, ha due sorgenti. La più nota è quella che sta davanti a noi, a 2.037 metri di quota, a una ventina di passi dal rifugio. L’altra è a poco più di 900 metri, a quota più bassa, appunto in Comelico. La sua acqua, giù a valle, alimenta il torrente Cordevole, che attraversa Valdisdende, il “paradiso di Dio”, come l’ha definita San Giovanni Paolo II. «Questa qui è considerata la vera sorgente», ci dice la signora mentre tocca l’acqua gelida della pozza, «perché il re mandò quassù a prendere un’ampolla d’acqua per il battesimo della figlia».

Riti che si ripetono. All’ultima festa a Venezia dei popoli padani, con Bossi ancora leader indiscusso della Lega Nord, è quassù che salì Giampaolo Gobbo, allora segretario della Liga Veneta, per raccogliere l’acqua del Piave da mixare con quella del Po. Un rito quasi religioso. Come quello, peraltro, che compirono il maggio scorso gli alpini del Cadore, per la “Staffetta della memoria”, della pace in particolare, lungo tutto il Piave, alla vigilia dell’omonima adunata di Treviso.

«Il Piave non è cadorino, né veneto, né sarà friulano, ma italiano», quasi ci ha ammonito Antonio Cason, presidente della sezione Ana Cadore. «Quando salirà alle Sorgenti», ci ha aggiunto, «vedrà sventolare il tricolore. È nuovo, come è nuovo il pennone. Sono lassù a testimoniare che il Piave rappresenta tutta l’Italia, testimonia i grandi sacrifici che abbiamo compiuto per conquistare la libertà e la democrazia, ancora prima la dignità di Paese. Nessun referendum ci potrà cambiare pelle. Il Piave resterà il Piave. Il fiume sacro».

È da mezzo secolo che la signora Lucia trascorre le estati quassù, in compagnia dell’acqua che zampilla dentro la corona di rocce della sorgente. «Io mi sento veneta, più che friulana. Veneta come il Piave, appunto. Sappadini veraci la pensano come me…».

Quindi lei, la interrompiamo, scusandoci, é fra i pochissimi che non ha partecipato al referendum del 2008?

«No, sono fra i tantissimi che hanno votato e che hanno fatto vincere il sì. Io ed altri veneti di Sappada ci siamo comportati così perché eravamo stanchi di aspettare qualche risposta da Venezia. È da 30 anni, forse 40 che stiamo sollecitando più attenzione per la montagna. Nulla. Ed ecco il “tradimento” col Friuli. Ci dispiace, ma siamo stati abbandonati. Per la verità, forse oggi un referendum analogo non riceverebbe lo stesso esito. Non è, infatti, che il voto al Senato sia stato festeggiato con chissà quali brindisi».

Magari con un bicchiere d’acqua del Piave… «Acqua purissima«, conferma Lucia. «Peccato che ce ne sia sempre di meno. Il nevaio del Peralba non esiste più. E si pensi che un tempo costituiva la pista estiva degli sciatori di Sappada che si tenevano allenati per l’inverno».

Così ridotta è la sorgente del Piave che il rifugio ha studiato la possibilità di un collegamento con la seconda sorgente. Ma un chilometro di tubazioni, in un ambiente morfologico tutt’altro che semplice, rappresentano un problema. È quassù che arriverà il Giro d’Italia del Centenario.

Il Piave scende impetuoso dalla val Sesis verso Sappada, il nastro d’asfalto che sale fin quassù quasi lo attorciglia, tornante dopo tornante. Uno spettacolo, anche questo, che è l’immagine plastica della storia tormentata delle sorgenti. Per secoli queste sorgenti sono state motivo di campanilismo tra Sappada e Comelico che vedeva nel torrente Cordevole della val Visdende il percorso iniziale del fiume, torrente conosciuto anche quale Piave di Visdende, anzi la Piae in lingua locale (piai è un termine cadorino indicate un po’tutti i ruscelletti alla loro sorgente). «La coesistenza di due sorgenti non è mai stata pacifica. L’ho appreso perfino a scuola», ricorda Alessandra Buzzo, sindaco di Santo Stefano. «Ma non è che ci mettiamo adesso, con la collega di San Pietro di Cadore, avendo entrambe la responsabilità amministrativa della Valdisdende, a muovere guerra all’altro collega, l’amico Manuel (Piller Hoffer, sindaco di Sappada, ndr). Né, pur confinando per un breve tratto col Friuli, indirò un referendum come Sappada. Piuttosto…».

Piuttosto?
«La nostra preoccupazione, piuttosto, è di fare guerra all’eccessiva artificializazione del fiume. Troppe sono le centraline esistenti e quelle che rischiano di arrivare. L’unico tratto libero sarebbero proprio i primi km che potrebbero diventare friulani».

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