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Piave pieno di limo: «Sembra asfaltato»

La rabbia dei pescatori dal Cadore fino a Busche e oltre. Dalle paratoie della diga di Valle escono fanghi e detriti

BELLUNO. «Qui stanno uccidendo un fiume». È il grido di allarme di Endi Mussoi, vicepresidente del Bacino 6 di pesca Longarone e Zoldo. «Il Piave, da Sospirolo a Soverzene, è “asfaltato” di fango. Mi dicono che il Boite, da Valle a Perarolo, non esiste più». Si alza, anzi, diventa veemente la polemica dei pescatori contro il rilascio di acqua e limo dalla diga di Valle di Cadore, per iniziativa di Enel Hydro.

Un’operazione iniziata l’11 settembre, poi sospesa per il maltempo, quindi ricominciata, che si protrarrà sino a fine ottobre, complessivamente per una quarantina di giorni. Il rilascio è indispensabile per sostituire la paratoia di superficie del bacino che era sostanzialmente bloccata dal fango e dai detriti, creando problemi di sicurezza per le popolazioni a valle.

Par di capire che non fosse più in grado di rilasciare gli 800 litri al secondo previsti come deflusso minimo vitale. «I pescatori hanno sempre preso atto di questa necessità, ma qui siamo di fronte ad un disastro ambientale – denuncia Mussoi, responsabile della pesca da Rivalgo a Soverzene –. Temiamo che alla fine dell’operazione il danno lungo tutta l’asta del Piave, da Perarolo fino a Busche, e anche più in giù, si possa quantificare in almeno 100 mila euro».

Moria di pesci, dalla trota marmorata al temolo, scomparsa del corpo biologico del fiume, con il fango che penetra tra i sassi e soffoca tutti gli alimenti di cui si nutrono i pesci; mancata vendita dei permessi di pesca; pubblicità negativa per un’area che attirava appassionati da tutto il mondo, perfino dal Giappone: questo il bilancio negativo che il mondo della pesca sportiva mette in conto.

«Non sarò certo io a non ammettere i danni – cerca di rassicurare Massimo Caproni, presidente del Bacino 3, che ha la concessione del Boite – ma starei attento a fare del terrorismo ittico. E questo anche perché in agosto c’è stato un incontro in Provincia a Belluno, con i dirigenti dell’Enel e i rappresentanti dei Bacini interessati e abbiamo ricevuto la garanzia che il concessionario pagherà i danni, almeno nella parte che verrà certificata».

L’Arpav, Agenzia regionale per l’ambiente, sta controllando costantemente quanto succede. Ha installato un rilevatore, il torbidimetro, alla confluenza tra il Boite ed il Piave. L’Enel, infatti, sta dando acqua al fiume, liberandolo dalla diga di centro Cadore, in modo da diluire il contenuto di limo. Pare che gli ultimi dati diano una torbidità a livello 0,20, mentre la quota pericolosa per i pesci sarebbe lo 0,60.

«La strage c’è, almeno nella parte superiore, quella del Boite – riconosce Caproni – questo è indubbio. Ma, piuttosto che con il concessionario, noi pescatori dovremmo prendercela con le istituzioni superiori che non hanno imposto una manutenzione costante dei bacini. Manutenzione indispensabile per la sicurezza».

Al termine del programma di rilascio si tireranno i conti. Mussoi e altri suoi colleghi sono pessimisti. «Si pensi soltanto – esemplifica – che all’altezza di Ospitale di Cadore il fango nel Piave sale fino al ginocchio. Ovviamente non è venuto giù solo quest’anno. Ma siamo ormai alla devastazione del fiume. Immaginarsi cosa succede qui a Soverzene, con l’acqua fangosa che si ferma a ridosso della diga. Un’acqua color caffelatte».

Filippo Sitran, presidente di Federpescatori, conferma che il limo viene trasportato persino nel lago di Santa Croce, lungo il canale Cellina che pesca dal Piave. L’acqua color caffelatte si poteva riscontrare anche ieri all’altezza di Belluno e giù giù oltre Busche. Non solo.

«Qualche intorbidamento è stato riscontrato anche nel basso Feltrino – conferma il presidente del Bacino, Mattia Paoluzzi – anche se nulla di grave». I bacini di pesca in provincia di Belluno sono 12 e circa 7 mila sono gli associati.

Ricevono la concessione dei corsi d’acqua e del patrimonio ittico con la possibilità di vendere anche permessi di pesca giornalieri, da cui arrivano da introitare fra i 30 e i 50 mila euro. Alla gestione del Piave sono interessati
diversi bacini con migliaia di pescatori. La grande paura, anzi, il terrore di questi giorni, è che l’attività possa fermarsi per anni, considerata la difficoltà di riprodurre le specie. «Sarà un danno biologico senza precedenti» conclude Mussoi.

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