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Farra d'Alpago, la mazzetta non esisteva: tutti assolti

Cava di Col delle Vi: ritenuto infondato l’intero impianto accusatorio nei confronti di Fassa, De Pra, Nadalet e Losso

ALPAGO. Il fatto non sussiste: tutti assolti per la presunta mazzetta per la cava di Col delle Vi in Alpago. Ieri mattina, nel corso del rito abbreviato, Paolo e Fabrizio Fassa (presidente e direttore amministrativo e organizzativo del gruppo Fassa Bortolo di Spresiano), Ezio De Pra (presidente del Consorzio Farra Sviluppo e socio della Fratelli De Pra di Ponte nelle Alpi), Alberto Nadalet e Antonella Losso (dipendenti confindustriali e componenti del Tavolo tecnico della Camera di Commercio relativo alle tabelle sulle “Tendenze di mercato dei prezzi all'ingrosso in provincia di Belluno”) sono stati assolti dal giudice per le indagini preliminari Vincenzo Sgubbi dalle accuse di corruzione, concorso in falso di atto pubblico e truffa aggravata, formulate a vario titolo contro di loro dalla Procura di Belluno. Gli imprenditori trevigiani erano difesi dagli avvocati Carlo Broli di Conegliano e Emanuele Fragasso junior di Padova, gli altri da Maurizio Paniz.

Le accuse.Le indagini, condotte su delega dell’allora procuratore Francesco Saverio Pavone, erano partite nel gennaio 2016 dopo una soffiata alla Guardia di finanza per una presunta tangente alla cava di Col delle Vi.

Le Fiamme gialle avevano sequestrato un contenitore contenente 9.420 euro in banconote di grosso taglio a un dipendente della Fratelli De Pra. Il proprietario si era difeso, sottolineando che si trattava di risparmi personali che custodiva in ufficio e che gli sarebbero serviti per la casa. Quei soldi, dopo un approfondimento della Finanza e su richiesta dell’avvocato, erano stati dissequestrati. Un ruolo importante era stato svolto da Maurizio Grigolin, della Fornaci Calce Grigolin di Susegana, che è poi uscito dall’inchiesta, facendosi interrogare e collaborando.

Secondo la ricostruzione della procura, Nadalet e Losso avrebbero data per avvenuta un’indagine sulle tendenze di mercato per i prezzi all’ingrosso dei “calcari per industria” (calce e intonaci), che in realtà non era mai stata svolta. Il tutto in cambio di 10 mila euro, consegnati loro da De Pra, presidente del Consorzio Farra Sviluppo e socio della Fratelli De Pra di Ponte nelle Alpi, in concorso con i Fassa. Questi dati del Tavolo tecnico, adeguatamente falsati, avrebbero fatto sbagliare la valutazione della Commissione di arbitraggio, chiamata a fissare i prezzi degli inerti, provocando un vantaggio indebito al Consorzio Farra Sviluppo (concessionario dell’escavazione), anche in termini di concorrenza sleale. In poche parole, la commissione avrebbe abbassato i prezzi di alcuni prodotti dell’industria estrattiva, favorendo così De Pra e i Fassa. Lo stesso ribasso avrebbe provocato un notevole danno patrimoniale anche all’allora Comune di Farra d’Alpago (oggi fuso in quello di Alpago): 130 mila euro in cinque anni. Comune che non si è costituito parte civile, anche se ieri era presente con il proprio legale Michele Godina di Padova.

L’assoluzione. Per il gip, invece, è mancata la prova dell’azione, assolvendo con formula piena tutti gli imputati per insussistenza del fatto. Lo stesso pm Roberta Gallego, nel corso del dibattimento ha chiesto l’assoluzione, sottolineando che per Nadalet e Losso, in quanto dipendenti di un’associazione privata quale è Confindustria e non pubblici ufficiali, non si configurava il reato di corruzione.

Anche i legali dei Fassa hanno evidenziato come l’ipotesi da cui era partita l’indagine fosse infondata, anche perché non era mai stata sequestrata la somma di denaro da cui era partita l’inchiesta. «Si è trattato di un grosso malinteso», commentano i legali degli imprenditori trevigiani, ritenendo decisiva la dimostrazione della correttezza dell’operazione: l’abbassamento fisiologico del prezzo dei prodotti di cava per la crisi edilizia di allora.

Dopo l’assoluzione, immediato il commento da parte dell’ufficio stampa del Gruppo Fassa Bortolo. «Ciò conferma le dichiarazioni di estraneità dei signori Fassa alle predette accuse formulate, accuse diffuse alla stampa all’indomani delle perquisizioni», commentano. «I signori Fassa, pur avendo sempre riposto piena fiducia nell’operato della magistratura, hanno
sempre rivendicato la propria innocenza, coerentemente con i principi di correttezza e trasparenza che ne ispirano da sempre l’etica del lavoro. Tale fiducia nei confronti dei magistrati si è rivelata ben riposta, visto l’esito felice e definitivo del processo».

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