Quotidiani locali

«Ad Agordo manca personale»

Pronto soccorso, per la Cgil l’ampliamento senza organico adeguato è azzardato

AGORDO. «Ad Agordo manca personale e concedere un finanziamento per ampliare un pronto soccorso senza coloro che lo fanno funzionare è un azzardo».

Nell’assordante silenzio della Regione, è la Cgil a intervenire sulla questione relativa all’ospedale di Agordo su cui si sono scaldati gli animi degli amministratori locali, dei Comitati di cittadini e degli esponenti del M5S. Il ragionamento del segretario provinciale della Cgil-Funzione pubblica, Andrea Fiocco, è incentrato sul personale.

«In questi anni – dice – si è rivendicato il fatto di avere un ospedale per acuti con i servizi affinché possa essere tale. Ma per dare quei servizi ci vuole personale. Per avere un pronto soccorso efficiente serve personale di pronto soccorso formato, ma anche un laboratorio, una radiologia e il supporto di specialisti chirurghi, anestesisti, internisti. Altrimenti il pronto soccorso è solo un punto di passaggio. Oggi manca il personale. Se il laboratorio analisi riduce il suo servizio, è perché con due tecnici di laboratorio di più non può fare. Perché la Regione autorizza l’assunzione di sei tecnici e indica anche dove andranno a lavorare (uno a Pieve, ma non uno ad Agordo)? Se si vuole un laboratorio analisi che lavori come fino a quattro anni fa, basterebbero altri tre tecnici. Se questi non arrivano è chiara l’intenzione della Regione».

Quello che non è chiaro, oggi, è perché si vogliano spendere 3 milioni di euro di soldi pubblici (2,5 dal fondo dei comuni di confine e 500 mila dall’Usl tramite la Regione) per un pronto soccorso che rischia di non essere tale. «Quale tipo di servizio si vuole dare con il nuovo pronto soccorso, se poi non si possono fare consulenze in loco, oppure il paziente non può essere operato? – si chiede Fiocco – non basta un bel contenitore, serve anche il contenuto».

Così come gli amministratori (eccetto il sindaco di Rocca Pietore, Andrea De Bernardin) anche il segretario della Fp-Cgil ha parecchi dubbi sull’uso del Poct (l’apparecchiatura che secondo Usl e Regione può sostituire i tecnici per le analisi del sangue).

«Il modello – dice replicando sia al direttore generale dell’Usl, Rasi Caldogno, sia a De Bernardin – non è quello dell’Emilia Romagna, così spesso richiamato, che prevede un laboratorio per un milione di utenti perché in realtà quel modello non esclude comunque la presenza di un tecnico in ogni ospedale per garantire le urgenze. E poi, è noto che il Poct non fa lo stesso servizio delle macchine più complesse. Infine la questione se gli infermieri possano usarlo o meno è piuttosto controversa nel campo giuslavorista».

Fiocco, poi, si rivolge ai sindaci invitandoli a riflettere sul loro ruolo e anche su aspetti che, a suo avviso, spesso lasciano sullo sfondo a partire dai servizi territoriali «che la Regione ha promesso e non concesso» e dall’attenzione al personale. «Non è sempre stato facile comprendere quale fosse la posizione degli amministratori coinvolti in scaramucce a volte stucchevoli – dice – e comunque sarebbe ora di cominciare a chiedersi se la Conferenza e i Comitati dei sindaci abbiano ancora un ruolo, in questa Regione, visto che sull’Atto Aziendale sono stati consultati solo a lavori terminati».

Infine Fiocco dà voce ai lavoratori dell’ospedale (300 persone, la seconda azienda della vallata) che «in questi anni hanno spesso sacrificato ferie, riposi, hanno accumulato ore e ore di straordinario che poi non potevano essere pagate perché “fuori budget”, hanno lavorato di notte in reperibilità, per poi tornare al lavoro il giorno dopo; tutto a causa della carenza di organico».

«I dipendenti – conclude Fiocco – pensano che non si possa difendere sempre e solo l’esistente. Non vogliono che succeda come a Pieve che, per mantenere aperta l’ostetricia (su spinta forte della politica), si è creata una situazione che mette in apprensione le ostetriche
e il personale del pronto soccorso (per il trasporto delle partorienti a Belluno). Vogliono un modello di sanità sostenibile, per i numeri che essi possono gestire: perché i numeri non sono solo soldi, ma hanno a che fare anche con la sicurezza».

Gianni Santomaso

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