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Esonda una roggia allagata la Sicet a Ospitale di Cadore

Notte di lavoro nella centrale con 5 mila metri cubi d’acqua Uno smottamento blocca la strada che attraversa il paese

OSPITALE DI CADORE. L’ondata è arrivata a mezzanotte. Poco prima, dal canalone della stazione di Ospitale di Cadore, era scesa una frana con un fronte di dieci metri sulla strada principale che attraversa il paese e tutta l’acqua proveniente dalla montagna si è riversata lì dove un tempo c’era l’alveo del Piave e oggi c’è la Sicet. La fabbrica, una centrale termica a biomasse che produce circa 465 mW (ben oltre i consumi della città di Belluno) si è ritrovata improvvisamente allagata da circa 5 mila metri cubi d’acqua che si è infilata ovunque, creando dei laghi nelle aree di stoccaggio del legname, nei pressi della cabina dell’Enel e soprattutto nel tunnel di 40 metri che collega l’area della biomassa all’impianto della caldaia, fin dentro alla sala pompe, lambendo l’accesso alla sala elettrica. «Se l’acqua fosse arrivata in quell’area sarebbe stato un disastro», spiega Edi Sacchet, il direttore della Sicet, che insieme ad alcuni dei 33 dipendenti dell’azienda è rimasto sveglio tutta la notte per evitare il peggio. «Verso le 2 abbiamo visto i Vigili del fuoco in zona e abbiamo chiesto aiuto». I pompieri hanno lavorato alla Sicet fino alle 6 del mattino, riuscendo a scongiurare il blocco totale dell’impianto. «L’acqua è arrivata fino ad alcuni motori», prosegue Sacchet, «ma fortunatamente hanno continuato a funzionare. Abbiamo interrotto la produzione a biomassa e abbiamo messo l’impianto al minimo facendolo lavorare a metano, per evitare il blocco totale e poter riprendere senza interruzioni appena possibile».

Per capire cosa è successo alla Sicet basta camminare lungo la statale 51 che passa appena sopra all’impianto. Dalla scarpata escono almeno quattro tubi che gettano l’acqua scaricata dalla montagna in una roggia che si trova proprio tra la scarpata e la proprietà Sicet. La roggia è piena di materiale e non è stata in grado di assorbire l’acqua che è esondata andando ad allagare la fabbrica.

«Non è la prima volta che succede», spiega ancora Sacchet. «Il 5 novembre del 2012 è capitata la stessa cosa: frana sulla strada e acqua nell’impianto, ma in forma meno grave». Stavolta, infatti, il livello dell’acqua è cresciuto a circa 40 centimetri e il materiale della frana è sceso lungo la strada di accesso a sud della Sicet, bloccando il cancello di ingresso dei mezzi pesanti. Passato il peggio grazie al lavoro dei dipendenti Sicet e dei Vigili del fuoco, ieri mattina l’intero piazzale era ancora invaso da fango, detriti e acqua, anche nella zona dei grandi serbatoi dove il ghiaccio dei giorni scorsi aveva già rotto la pompa di sentina. Quei serbatoi fanno parte dell’impianto di recupero delle acque meteoriche, che la Sicet ha dovuto realizzare due anni fa per rispettare la normativa e che prevede anche un processo di pulizia dell’acqua prima che essa venga liberata nel Piave.

«Noi, come tutte le aziende, siamo obbligati a fare quello che le leggi ci impongono», osserva Sacchet, «ma gli enti pubblici non sono altrettanto rapidi nell’affrontare e risolvere i problemi. Da quanti anni si parla di alluvioni? Eppure continuano a succedere. Faccio appello agli enti perché capiscano che qui bisogna intervenire per evitare altri allagamenti. Dobbiamo collaborare tutti per fare impianti sicuri per i lavoratori e per l’ambiente, evitando il proliferare di norme che ci mettono in difficoltà senza risolvere nulla».

Il problema è noto al sindaco di Ospitale, Livio Sacchet. Anche lui ha passato la notte in bianco dividendosi fra i tre punti critici del paese: Termine, Davestra e Ospitale: «Ho già parlato con la Provincia e l’Anas e nei prossimi giorni arriveranno Genio civile e servizi forestali regionali.
La Sicet sorge su un’area demaniale, l’acqua è sempre andata a scaricarsi lì e il problema non è di semplice soluzione, in quella zona abbiamo già speso un milione di euro ma ne servirebbero molti di più e nessuno li ha. Sto facendo tutto il possibile, ma temo che risolveremo ben poco».

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