Quotidiani locali

Le ricerche tra gli emigranti e i residenti

I carabinieri stanno seguendo varie piste. Scritte deliranti sui muri, missive, incendi e minacce

CESIOMAGGIORE. Emigrante o residente? I punti interrogativi non possono mancare, quando entra in scena Erostrato. L’uomo, che si è ribattezzato come il criminale e pastore greco antico che, per immortalare in qualche maniera il proprio nome, incendiò e distrusse il tempio di Artemide, potrebbe essere qualcuno che a Cesiomaggiore passa soltanto le ferie e così si spiegherebbe come mai si sia fatto vivo in agosto e sia tornato sotto Natale. Ma non si esclude che sia un cesiolino molto pratico della sua terra e anche dei dintorni. Una persona apparentemente tranquilla e al di sopra di ogni sospetto, diversamente si potrebbe parlare di omertà da parte di altri paesani.

Un nome sta girando, ma anche per le ipotesi ci vuole sostanza. Di Erostrato si parla dall’inizio di luglio, quando le prime scritte a sfondo nazista sono comparse sulle pareti dei magazzini comunali. In seguito sono state prese di mira la parete sul retro della chiesetta di Calliol, con altre scritte inneggiati a Hitler; la parete sud del cimitero con riferimenti pesanti al sindaco e alla sua famiglia e la chiesetta di Sant’Agapito in Val di Canzoi. Il salto di qualità il 30 agosto, quando in municipio arriva una lettera anonima destinata al sindaco Zanella. L’allarme scatta a cavallo delle 10.30. Una dipendente la apre ed estrae il foglio firmato da Erostrato. Uno scritto piena di deliri e minacce al primo cittadino. Nulla di nuovo nei contenuti. Passa qualche minuto e l’impiegata si accorge che nella busta c’è della polvere bianca. La cosa cambia e scatta l’allarme perché il timore è che la polvere possa essere tossica. Non sarà così. In quel momento, in municipio c’era anche il deputato pentastellato Federico D’Incà.

Il 18 dicembre la seconda lettera all’antrace e questa volta l’indirizzo è quello della scuola media di Cesio, la busta con l’indirizzo e un foglio con la scritta “materiale organico” e la firma con il consueto carattere utilizzato nelle precedenti lettere. Cinque le persone presenti, tra insegnanti e dipendenti, che devono osservare il protocollo dei vigili del fuoco. Anche in questo caso, scatteranno le analisi di laboratorio, che escluderanno la pericolosità della polverina.

Quando non sono messaggi, ecco gli incendi. Il primo agosto brucia un deposito di legna a Morzanch e la rivendicazione arriva in una lettera al nostro giornale, nella quale si minaccia un nuovo rogo: la prossima volta a bruciare sarà una chiesa. Il 27 novembre va a fuoco una baracca di legno con tetto in onduline in plastica adibita a ricovero attrezzi, di nuovo a Morzanch. I vigili del fuoco di Feltre non hanno potuto salvare granché del contenuto, peraltro di scarso valore.

Il giorno dopo va a fuoco una baracca di legno all’ingresso della Val di Faont. Un manufatto che il proprietario utilizzava come laboratorio di hobbistica. Al suo interno, c’era parecchia attrezzatura: oltre a decespugliatori e tagliaerba c’erano diversi attrezzi, per eseguire piccoli lavori in casa. Tutto distrutto, finito letteralmente in cenere. L’incendio è stato fatto risalire a poco prima delle 2 del
mattino. Qualcosa è stato rivendicato e qualcos’altro no. Nella lettera al Corriere di ieri, rivendica quello di Val di Faont e quello del primo capanno. La procura ha commissionato un profilo criminale nella quale si racconta di neonazista con disturbo della personalità. (g.s.)

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