Il numero zero lo ha fatto in aprile, a Belluno. Poi il Comune di Sassuolo gli ha commissionato il bis, e l'adesione ha superato di gran lunga le aspettative. E, l'anno prossimo, si torna a replicare. E' così che "Per i nostri figli" è diventato un vero e proprio laboratorio itinerante. Scopo del gioco: comunicare con i piccini (e i meno piccini) senza finire nelle macerie emotive lasciate in eredità, in ciascuno di noi, dalle generazioni precedenti. «L'idea - racconta Alessandro Vianello - mi è nata quando sono diventato padre io stesso e ho cominciato a comunicare con mio figlio Riccardo. Ho seguito un corso adulti-bambini legato ad applicazioni del lavoro di coach, e ho iniziato a riflettere, così come possiamo fare tutti, sulla maniera in cui siamo stati educati. Su quello che siamo e sulle rappresentazioni che ci vengono indotte di noi stessi: fare differenza tra identità e comportamenti, di un bambino o di un ragazzo, è fondamentale». La parola chiave, secondo il coach, è tranquillizzare. «Se i bambini sono tranquilli, il loro processo di crescita è più veloce: stanno meglio. E, di conseguenza, stiamo meglio anche noi. Il bambino si sente visto sempre. Sembra una sciocchezza, ma le parole sono veramente importanti; quanti di noi, quando portavano a casa i voti, si sentivano chiedere: e gli altri, come sono andati? La nostra identità c'è sempre stata, a prescindere dai compagni di classe, eppure...». Anche nel rapporto con i figli, il laboratorio invita al divertimento: «E' proprio una questione chimica - conclude Alessandro Vianello - quando ci divertiamo secerniamo dei succhi che favoriscono il lavoro delle sinapsi; per questo arriviamo più velocemente alle soluzioni: il divertimento è un neurofacilitatore. Non bisogna dimenticare che ogni lavoro sull'identità dà una risposta di tipo emozionale: quando si comunica facendo coincidere quello che il bambino ha fatto e quello che il bambino è (con la classica frase "Sei cattivo", per esempio) si lavora proprio al contrario. E al bambino viene voglia di scappare. O di attirare ancora di più l'attenzione su di sé. In un caso che ho seguito, per esempio, la situazione era paralizzante: il padre e la madre erano costretti a restare a scuola quando il figlio era in classe perchè, se si allontanavano, lo prendevano delle crisi di panico. Era una dinamica di comunicazione che non permetteva uscita». (mi.fr.)
12 dicembre 2010