di Alessia Forzin
La loro forza sono i bambini: più ridono e si divertono e più loro riescono a regalare attimi di magia e di emozione con uno show che solo apparentemente è uguale a sè stesso in ogni rappresentazione. I Fratelli Al, al secolo Fabio Ganz e Yari Polla, sono una garanzia per chi ha bisogno di animare una serata. Professionisti veri, si definiscono giocolieri clowneschi. I loro spettacoli seguono un canovaccio predefinito, ma l'improvvisazione gioca comunque un ruolo fondamentale: «Facciamo poche prove, lo spettacolo si sviluppa mentre lo realizziamo, e ogni volta escono delle battute nuove, delle situazioni diverse», spiegano Yari e Fabio, che nella chiacchierata fatta in un pomeriggio invernale si alternano nel racconto della loro storia, e di una professione che ormai consente a entrambi di vivere e di mantenersi facendo spettacoli.
Subito una domanda per rompere il ghiaccio: si vive facendo il giocoliere? «Si vive, del resto facendo un centinaio di spettacoli l'anno siamo molto impegnati e riusciamo a mantenerci. Però non facciamo solo gli spettacoli serali, arrotondiamo con altre attività: facciamo dei laboratori di giocoleria nelle scuole, a me (sta parlando Fabio, ndr) piace lavorare di più coi ragazzi delle superiori e nei centri estivi, Yari invece si trova meglio coi bambini piccoli, delle elementari o dell'asilo anche, con i quali si fanno esercizi sull'equilibrio, divertenti ma magari meno tecnici».
Quanto conta il pubblico negli spettacoli? «E' importantissimo, ci da la carica. Più i bambini ridono e si divertono più noi rendiamo. Il nostro obiettivo principale restano loro, anche se I Fratelli Al è uno spettacolo che va bene per le famiglie in generale. Il bello è che lavorando molto in ogni posto dove andiamo troviamo qualcuno che ci conosce, che si ferma a salutarci dopo l'esibizione.... è quello il bello, sapere che hai colpito un bambino in qualche modo».
Qual è la situazione ideale per voi? Tanti bambini o pochi e attenti? «Più gente c'è e meglio è, ma ci capitano sempre situazioni diverse. Ad esempio capitano spettacoli con meno di dieci persone, e lì è molta dura, ma siamo dei professionisti e che ci siano 5 bambini o 100 dobbiamo lavorare per farli divertire e per consegnare a chi ci ha contattato un buon prodotto. Oppure capitano spettacoli senza luci, o sotto la neve. Ci dobbiamo adattare ogni volta».
E' faticoso, mentalmente e fisicamente, gestire uno spettacolo di giocoleria? «Beh, dopo tre giorni di fila diciamo che si fa fatica ad alzarsi dal letto...ma la fatica è il contorno di ogni spettacolo. Più che l'esibizione in sè è faticoso tutto quello che c'è intorno: caricare il furgone, fare la strada (spesso diversi km), arrivare sul posto, allestire tutto. Poi devi smontare, ricaricare, tornare a casa. Ma fa parte del gioco».
Facendo tanti spettacoli l'anno vi resta il tempo per fare le prove? «Non ne facciamo quasi mai, gli spettacoli hanno una scaletta ma ogni volta cerchiamo di adattarci al pubblico, alla situazione, di cambiarlo un po'».
Quindi non è mai uguale, anche se i numeri sono più o meno gli stessi? «Ai bambini piace la prevedibilità, se ci esibiamo più volte a Belluno e vengono a vederci gli stessi bimbi a loro piace sapere che faremo volare il diablo e che chiuderemo con il numero del fuoco. Ma molte volte escono nuove battute, tra noi c'è molto feeling e ci capiamo senza parlare. Ci lanciamo i ganci, partiamo per la tangente magari, ma l'altro capisce subito quand'è il momento di tornare nei ranghi e di proseguire con la scaletta».
Quindi improvvisate anche molto. «L'improvvisazione è una parte del bagaglio delle conoscenze che riusciamo a mettere a frutto. La scaletta c'è, ma è elastica, e ci prendiamo la libertà di adattarla».
A parte i Fratelli Al avete degli altri spettacoli in repertorio? «Quest'anno vorremmo lanciare Biglietto Prego, uno spettacolo su cui abbiamo lavorato un po' e che abbiamo rodato. Ma è difficile staccarci dalla tradizione, ci sono dei numeri che dovremmo essere stanchi di fare, e invece ancora ci divertiamo. Quest'anno però vogliamo provare a lanciare Biglietto Prego, vediamo come andrà».
Pensate mai al vostro futuro? Vi vedete, tra 20 o 30 anni, a fare ancora quello che fate oggi? «Perchè no? Ci sono artisti anche di 60 anni che continuano a lavorare, negli spettacoli o a cappello. Una cosa è certa: la strada non ti abbandona mai. Certo, potremo magari abbassare un po' il ritmo degli spettacoli, rendendoli meno faticosi, ma ci piace questa vita, ci divertiamo. Diciamocelo: c'è gente che sta molto peggio di noi».
09 gennaio 2011