Suicidi, Belluno seconda in Italia

Il fenomeno è in aumento a causa della crisi e della mancanza di lavoro

    BELLUNO. La provincia di Belluno è seconda in Italia per indice di rischio di suicidi ogni 100mila abitanti. Dopo Vercelli, che ha un indice di 15/100mila, c’è Belluno, coi sui 12.9/100mila. Lo denuncia il secondo rapporto dell’Eures, reso noto ieri, dal titolo “Il suicidio in Italia al tempo della crisi”.

    Lo studio prende come riferimento il periodo compreso tra il 2006 e il 2010. E come balza subito agli occhi, i suicidi segnano un segno più. Le vittime sono per lo più persone che hanno perso il lavoro e gli imprenditori. Le cause sono da ricercare nei motivi economici e a essere più sensibili sono gli uomini nella fascia tra i 45 e i 64 anni.

    «Sicuramente il fatto che la provincia di Belluno abbia meno residenti, fa sì che anche i pochi casi di suicidio assumano una rilevanza maggiore che altrove, e sicuramente la perdita di lavoro è un lutto difficile da elaborare, specie per chi non ha alcuna prospettiva una volta rimasto a piedi e abbia un’età ormai avanzata», dice il sociologo Diego Cason, che cerca di dare una spiegazione a questo triste record del nostro territorio. «Inoltre le reti di supporto di relazioni in montagna diventano più difficili viste le distanze notevoli da un paese all’altro. A questo si aggiunge la dimensione dell’impresa che nel Bellunese è spesso familiare, per cui, se l’impresa fallisce, a cadere a picco è l’intero nucleo familiare», continua Cason. «C’è anche la monocultura economica che non aiuta di certo a uscire da questa situazione».

    Considerato «che la recessione non finirà prima del 2015, bisognerà trovare il modo di rafforzare la comunità, se vogliamo uscirne vivi. Gli effetti per la nostra provincia a mio parere saranno più devastanti che altrove, vista la divisione di cui soffre da anni ogni singolo territorio. E in questo percorso è purtroppo pensabile che il fenomeno dei suicidi andrà ad aumentare e colpirà i più giovani, quelli con meno di 40 anni, per i quali l’unico metro di paragone non è il valore del lavoro in sé, ma quello del successo, del mito, dell’essere sempre in vetta, cosa che non è possibile». (p.d.a.)

    18 aprile 2012
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