Nella Stua di Padola Vico Calabrò racconta il taglio del bosco

Ha spostato la sua bottega itinerante per qualche giorno a Padola ed ha dipinto la storia del legno. Vico Calabrò con i suoi pennelli è il riconosciuto cantore delle Dolomiti

    Ha spostato la sua bottega itinerante per qualche giorno a Padola ed ha dipinto la storia del legno. Vico Calabrò con i suoi pennelli è il riconosciuto cantore delle Dolomiti. Dei monti, delle tradizioni, ma soprattutto della gente di montagna. A lui spesso si rivolgono gli amministratori pubblici perché illustri, con il suo tratto inconfondibile, così realistico e così immaginifico, la vita dei nostri paesi. Ed è questa la ragione della sua recente permanenza a Padola, dove tornerà a breve anche come direttore artistico del Trittico di pittura dolomitica. Ma il set in cui lo abbiamo incontrato è questa volta del tutto particolare: la Stua.

    «Il Consorzio turistico Valcomelico Dolomiti mi ha chiamato a dipingere in un luogo così caratteristico, come la Stua, che ha una storia particolare, curiosa e interessante per l'unicità del manufatto. Qui si convogliavano i tronchi, che poi venivano inviati a valle. A me hanno chiesto di illustrare le fasi del lavoro che precedevano la spedizione del legname; quindi, come si lavorava il bosco, il taglio degli alberi, la preparazione dei tronchi, il loro trasporto fino al torrente Padola con le slitte trainate da cavalli. Da qui, poi, prendeva il via la fluitazione».

    Come si sviluppa il suo racconto per immagini?

    «Il dipinto va in successione, seguendo le tappe del lavoro dei boscaioli », riprende Vico indicando i vari quadri che compongono la grande parete di 3,5 metri di base e 4,5 metri di altezza - prima si comincia a fare la tacca sull'albero, dalla parte che deve cedere. Poi si usa la sega, da tutte e due le parti del tronco, quindi si inseriscono i cunei che devono favorire l'apertura. Quando infine l'albero è a terra, prima si tolgono i rami, poi si misura il diametro, in base al diametro si decide la lunghezza dei tronchi, che si tagliano a pezzi; e si trasportano fino al fiume con una slitta o lioda. Abbiamo disegnato anche lo zapin, che serviva per trascinare i tronchi, ed illustrato il modo di legarli con le catene».

    Quale tecnica ha usato per dipingere?

    «Si tratta di un dipinto murale a cera su intonaco, steso sulla parete in legno. Non potendo fare l'affresco, che ha bisogno di muro, abbiamo dipinto a cera; il legante, il medium dei pigmenti, è dunque la cera, che con il legno sta benissimo. Ho detto abbiamo perché ho trovato qui a Padola quattro aiutanti molto volenterosi, attivi, entusiasti, e ci siamo divertiti insieme a raccontare la storia dei nonni».

    Chi sono questi aiutanti?

    «Anzitutto Vega Sartor, che viene da Fonzaso, ha appena finito l'accademia di belle arti ed ha capito che si può imparare il mestiere anche da chi lavora. Non è la prima volta che viene con me. Poi qui a Padola ho trovato altri tre collaboratori, pittori per passione, che si sono uniti per lavorare con me: Maria Grazia Bassanello, Paolo Topran e la piccola Lorenza De Martin, una ragazzina di seconda media. Poi ringrazio per il supporto tecnico Fiorangelo De Martin, che ha preparato il fondo idoneo, una parte fondamentale. Tutti loro hanno messo le mani in questo lavoro».

    10 luglio 2012

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