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LA SETTIMANA

I professionisti dell'ansia e l'emergenza inesistente

Alla fine è stato Fayez al-Sarraj, e in poche ore, a spazzare via d’imperio ogni perplessità, ogni legittimo dubbio stabilendo che nessuna nave straniera – leggi: ong – potrà più superare il limite delle acque territoriali libiche, che per l’occasione è stato però esteso a 97 miglia, 180 chilometri, più o meno la metà del braccio di mare che divide Tripoli da Lampedusa. L’ha chiamata area di ricerca e soccorso, la stessa che aveva istituito Muhammar Gheddafi quando nessuno si preoccupava di come il dittatore vessava i suoi sudditi che un giorno sarebbero diventati i nostri immigrati.

Nelle ultime settimane il flusso si è dimezzato, ma nessuno si illuda, avvertono gli esperti, l’esodo non si fermerà, magari continuerà trasferendosi in parte verso la Spagna, ma prima o poi ricomincerà serrato anche verso l’Italia. Dove peraltro non si placa la polemica politica che accompagna le paure dei cittadini spesso alimentate da professionisti dell’ansia. E in mezzo alla tempesta c’è ancora e sempre il Pd, a beneficio di quanti soffiano sull’emergenza migranti, anche quando non esiste. Al Pd, infatti, a quasi dieci anni dalla sua fondazione – 14 ottobre 2007 – non è ancora riuscita l’operazione di sintesi per la quale si stanno spendendo i vescovi italiani.

L’altro ieri è toccato al presidente della Cei, il cardinale Bassetti l’ardua impresa di tenere insieme il sacrosanto dovere morale di prestare soccorso in mare a chi ne ha bisogno e il rispetto delle leggi (compreso il contestatissimo codice Minniti): insomma, piena solidarietà sempre, purché non diventi un cavallo di Troia tale da favorire i trafficanti di uomini. In fondo è su questa dicotomia faticosamente conciliabile che si è consumato lo scontro tra Graziano Delrio e Marco Minniti, cattolico reggiano il primo, figlio della sinistra Dc che fu di Prodi e De Mita, e postcomunista il secondo, ordine e legalità alle prese con le esigenze di governo e un’opinione pubblica che alla sinistra rimprovera di aver troppo allargato le maglie della tolleranza. Fondata o no che sia l’accusa, questo è lo stato delle cose.

Si dirà: il confronto delle opinioni è il sale della politica chiamata poi alla mediazione finale; ma stavolta la frattura si è rivelata così profonda – Minniti ha messo sul piatto della bilancia le sue dimissioni – da costringere il Capo dello Stato a una nota formale di sostegno al ministro dell’Interno, inusuale per un Presidente della Repubblica e ancora di più per Sergio Mattarella e per il modo in cui sta interpretando il suo mandato. Evidentemente tirava una brutta aria nel governo. Certo non finisce qui, siamo nel pieno di una campagna elettorale dall’esito incertissimo che condiziona il messaggio dei partiti. Del Pd in particolare.

Al Nord, dove è più visibile la presenza di extracomunitari fino a ieri utili in fabbrica e nei campi, si fa sentire un’opinione pubblica attratta dal facile messaggio contro gli immigrati: in fondo il caso della sindaca Pd di Codigoro, pronta ad aumentare le tasse a chi li ospita, è solo la manifestazione più eclatante di un fen omeno che scorre sotterraneo un po’ dappertutto. Ne ha colto gli echi anche Matteo Renzi: nel corso del suo lungo tour elettorale da Verona a Napoli, quando ha potuto si è dilungato sulla necessità di far convivere solidarietà e rigore della legge, ma insistendo ora su un tasto ora sull’altro a seconda della latitudine e della sala. E alla fine, rientrato al Nazareno, è sembrato stare più con Delrio che con Minniti, anche se è proprio il ministro dell’Interno che di fatto lo sta aiutando a contenere la facile strategia di chi gioca sulle paure degli italiani.

Forse stavolta sulle ragioni del voto potrebbe aver prevalso il timore di un eccessivo protagonismo del ministro (vedi anche la corsa in Puglia per l’allarme criminalità) o l’esigenza di non perdere l’appoggio determinante degli azionisti di riferimento del Pd: i post democristiani guidati

da Dario Franceschini. Restano l’ambiguità di un messaggio che rispecchia le lacerazioni del Pd e le conseguenze della originaria fusione a freddo (copyright Emanuele Macaluso) dalle quali prima o poi bisognerà decidersi a uscire. Prima o dopo le elezioni?

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