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Ilva. Il padrone delle ferriere che strappa i contratti

L'opinione

Altro che industria 4.0, economia della conoscenza, rivoluzione digitale e lavori del terzo millennio. Ieri in Italia, da Taranto a Cornigliano a Novi Ligure a Roma, è andato in scena un copione ottocentesco, duro come l’acciaio: con un proprietario delle ferriere che entra strappando tutti i contratti e lo sciopero della massa degli operai interessati – operai in carne e ossa, ignorati e dimenticati anche dai partiti di sinistra che, proprio sui giornali di ieri mattina, li salutavano parlando d’altro, cioè delle beghe interne al ceto politico. In mezzo, Carlo Calenda, ministro dello sviluppo economico impegnato oltre che nella difficilissima transizione dell’industria italiana anche nella sua personale ascesa nel firmamento politico: che, con un colpo di scena, ha sbattuto la porta in faccia agli stessi signori con i quali solo quattro mesi fa era stato firmato l’accordo per la cessione del più grande complesso siderurgico italiano, avvitato in una crisi occupazionale, produttiva, ambientale e sanitaria almeno dal 2012.

Cosa è successo dal 16 giugno, giorno in cui i commissari straordinari che gestivano l’Ilva sequestrata ai Riva l’hanno ceduta alla multinazionale ArcelorMittal, al 9 ottobre? A quanto hanno detto ieri sia Calenda che la viceministro Bellanova, ex sindacalista pugliese che finora ha gestito la trattativa, improvvisamente la cordata ArcelorMittal-Marcegaglia ha cambiato le carte in tavola. Non tanto sul numero degli esuberi, che saranno 4mila: tanti, su 14mila addetti, anche se quell’ordine di grandezza era noto. La vera novità è nella volontà dell’azienda di azzerare tutti i contratti esistenti, dunque gli operai e gli impiegati che restano dovrebbero ripartire con meno soldi e un contratto di lavoro “da jobs act”, cioè senza l’articolo 18. Solo in questo modo, dice l’azienda, si possono tenere i conti in equilibrio nell’attesa che si faccia la bonifica ambientale (il piano del governo dà tempi lunghi, il 2023), possano partire gli investimenti e aumentare le produzioni. Dunque: o buttiamo fuori più gente, o tagliamo il costo di chi resta dentro.

È possibile che questi conti non siano stati fatti ed espressi nella fase di completamento dell’accordo tra commissari e acquirenti? Difficile crederci, com’è anche difficile inoltrarsi nella lettera di bandi, accordi e leggi, nei quali secondo alcuni l’azzeramento dei contratti esistenti era già previsto. Più facile ipotizzare che l’azienda abbia tentato un bluff, per andare a vedere le carte altrui: quelle dei sindacati e della loro tenuta, e anche quelle del governo. Oppure che, dopo i tanti anni di rinvii, mezzi passi avanti e indietro, piani scritti sulla carta, si sia arrivati all’osso dello scontro: nel quale vanno considerati anche gli investimenti che il gruppo si è impegnato a fare per aumentare la produttività di una fabbrica che di nuove tecnologie ha disperato bisogno. C’è un’opera teatrale realizzata da poco dal teatro Argentina di Roma, intitolata significativamente “Ritratto di una nazione”, nella quale si mette in scena il lavoro nelle nostre regioni. Per la Puglia si confrontano i racconti di Giuseppe Di Vittorio, il sindacalista che guidò le lotte dei braccianti all’epoca del latifondo agrario, un immigrato che lavora nei campi, e un operaio dell’Ilva. Nel testo, scritto da Alessandro Leogrande, la parte più aperta alla speranza è quella del secolo scorso, mentre il ragazzo dell’Ilva, alle prese con la recente scoperta di un tumore causato dai fumi del forno in fabbrica, così racconta la sua ricerca di un nuovo lavoro: “Quando vado a fare un colloquio, e mi chiedono che cosa hai fatto all'Ilva in tutti questi anni, mi rendo conto che non so fare niente. Niente... Ti posso avvitare un bullone, ti posso scopare il carbone, ti posso segnare la temperatura su una cartella. Ma poi?”. C’è l’Europa con le sue quote, i blocchi, ci sono i sequestri giudiziari e i vincoli ambientali, c’è la politica distante, lontanissima. Ma se si continua a ragionare e contrattare

a bocce ferme, su un lavoro poco produttivo in assenza di investimenti in tecnologie e competenze, quel Ritratto di nazione rischia di restare tristemente sempre uguale. E nell’alternativa tra lavoro e salute, in troppi perdono l’uno e l’altra.

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