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IL COMMENTO 

Marquez, Dovizioso, lo sport e il rispetto

La lezione che ci arriva dal Motomondiale è salutare per molte altre discipline ed è il miglior spot per far capire a molti avvelenatori di menti in altre realtà sportive cosa sia il vero rispetto nella competitività. E ci fa anche capire perché un videogioco non potrà mai essere un vero sport

Lo sport vive anche di spot. E quello andato in scena sulla pista di Valencia è stato uno fra i più efficaci mai scritti dalla magica penna mossa dalle gesta dei campioni. Vincenti e perdenti.

Ed è bello che si accaduto proprio dove appena due anni fa le due ruote a motori avevano vissuto l’ultimo atto del peggior modo di interpretare la competizione, quella del campioncino emergente – Marc Marquez, lo stesso che ha trionfato ieri – che voleva decidere, e poi decise, chi “non” doveva vincere, cioè la leggenda Valentino Rossi.

Stavolta ha vinto il migliore e chi ha perso è andato subito ad abbracciare il rivale con gli occhi intrisi di lacrime più di orgoglio che di disperazione. Pacche sulle spalle, parole al miele e tanta sincera ammirazione per gli altri. È subito venuto da ripensare a quell’immensa partita di tennis dello scorso gennaio tra Roger Federer e Rafa Nadal, con lo sconfitto che chiede la verifica sull’ultimo punto e subito dopo va a stringere la mano all’altro per poi riempirlo di parole al miele durante la premiazione, peraltro pienamente ricambiato. Entrambi immensi nella loro maestria sportiva, ancor di più nel far passare il messaggio che Roger il vincitore non sarebbe mai stato Federer se non avesse avuto a che fare con Rafa e con gli altri che lo hanno battuto o costretto a migliorarsi. Detto più semplicemente: rispetto, vero rispetto.

Il Mondiale della MotoGp quest’anno è stato tutto questo, pieno di eroi e protagonisti imprevisti (Andrea Dovizioso su tutti), di imprese incerte e vittorie da batticuore. Fatto di lacrime, sudore e tanta applicazione, nelle palestre dei campioni (fatte anche di moto fuoristrada) e nelle officine dove si creano questi cavalli moderni che ti disarcionano se non sai come trattarli. Bastava vedere come Marquez è riuscito a non cadere dove tutti sarebbero caduti, per far capire cosa scrivere accanto alla parola campione. E se uno li vedesse come sono ridotti dopo una gara, questi cavalieri del brivido, non si sognerebbe neanche di scrivere quella castroneria partorita (per interessi economici) dai cosiddetti saggi del Comitato olimpico internazionale. Quelli che hanno detto – vien da sperare senza crederci – che è sport anche giocare con le moto (e con altro) a una consolle. Sì, andatelo a dire a quelli che rischiano rotolando nel sabbione a 150 all’ora (o più) dopo aver tentato di forzare una curva, come poi è accaduto a Dovizioso e alla sua Ducati nella disperata rincorsa all’ultima rimonta.

E provate a riprodurre artificialmente quella pura gioia negli occhi e nei cuori nel vedere i meccanici e i tecnici del Dovi schierati ad attenderlo ai box per un applauso infinito e per un abbraccio che vale ben più dei soldi dello stipendio. Altissimo se rapportato a quello dei comuni mortali; basso, quello del forlivese, se confrontato con quello del compagno di box, Jorge Lorenzo, chiamato per vincere e che invece ha sempre preso paga. Avrebbe dovuto aiutare il compagno e ieri non lo ha fatto fino in fondo ma alla fine sarebbe cambiato poco e l’ulteriore abbraccio fra i due ha dato un altro segnale per spegnere micce che non valeva neanche la pena accendere. E poi c’erano quegli occhi che esprimevano gioia e delusione sana, partorendo lacrime vere, genuine. Roba che trapassa gli schermi, come le parole di ringraziamento degli uni agli altri, e quel corteo di tecnici con la divisa rossa Ducati verso i box degli avversari Honda, quei “bravi”, “complimenti” e gli abbracci in mondovisione sono una lezione, da registrare e proiettare in ogni scuola di sport, specie nel mondo del calcio, fin troppo pieno come è oggi di avvelenatori di menti.

Uno fra gli sport più individuali che ci sia ci ha mostrato quanto possa essere determinante la squadra. Prendete Rossi, quinto e fuori dai giochi in sella a una moto che non sarebbe andata meglio neppure in mano a un marziano. Tutto il bello che hanno saputo mostrarci gli altri prima, durante e dopo, ci ha

fatto dimenticare per un po’ anche chi, proprio come Vale, questo sport spesso lo ha tenuto in piedi da solo. Ed è un’altra vittoria: il “dopo”, quando sarà, sarà come ieri. Comunque bello.

twitter: @s_tamburini

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