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Europa, dopo i tedeschi la parola passa all'Italia

Molti commentatori pensavano che si sarebbe aperta una finestra di opportunità per una riforma radicale dell’Unione europea dopo il ciclo elettorale del 2017. Effettivamente, dopo le elezioni francesi e all’indomani di quelle tedesche, Macron ha lanciato alla Sorbona la proposta di rifondare l’Ue sulla base di una condivisione della sovranità su alcuni temi chiave: economia, difesa e migranti.

Proprio su questa proposta si è infranto il negoziato per la coalizione Giamaica in Germania, per l’indisponibilità dei liberali a procedere su questa strada. Con l’avvio delle consultazioni tra la Cdu/Csu della Merkel e i social-democratici di Martin Schulz, l’impasse politica tedesca potrà essere superata. In un’intervista a Der Spiegel Schulz ha chiarito che «una cosa è certa: dare una risposta positiva a Emmanuel Macron sarà un elemento chiave nella negoziazione per la Spd».

Di fronte a una proposta storica – la cui portata offusca e sovrasta tutti gli altri temi politici – la Germania potrà negoziare su modi e tempi, ma non potrà soltanto dire no. Se il discorso di Macron fosse stato prima delle elezioni, il dibattito pubblico tedesco si sarebbe concentrato su quale risposta dargli. Anche perché il suo discorso era esplicitamente rivolto alla Germania, all’Italia e agli altri Stati disponibili. La parola passa ora all’Italia. Per adesso ci balocchiamo con promesse irrealistiche a destra e sinistra. Così molti non si sono resi conto che le elezioni saranno anche un referendum sulla risposta da dare alla Francia. Questa è la singola questione più importante da cui dipende il futuro dell’Italia. Su economia, difesa e migranti siamo i più esposti. Il nostro debito pubblico è enorme, il sistema bancario in difficoltà, la crescita e la situazione occupazionale in miglioramento ma molto insoddisfacenti. Le tensioni in Medio Oriente e Nord Africa e i conseguenti flussi migratori riguardano Italia e Grecia più di chiunque altro.

Dalla creazione di un vera capacità d’azione europea su questi temi abbiamo tutto e solo da guadagnare.

Per condividere la sovranità servono volontà e fiducia reciproca. Ma la fiducia delle leadership europee nei confronti di alcune forze politiche italiane è molto scarsa. Il M5S e la Lega al Parlamento europeo stanno con Farage e Le Pen rispettivamente. Sono tagliati fuori da tutti i negoziati sui principali dossier legislativi e non hanno rapporti di rilievo con nessun governo europeo. Di recente hanno ammorbidito la loro retorica anti-europea o semplicemente si sono concentrati su altri temi. Ma appartengono ai sovranisti-nazionalisti-populisti, non agli europeisti. E solo con i secondi si può pensare di procedere nell’integrazione su temi così cruciali.

Seppure senza una scadenza fissata nei Trattati, come per l’avvio della moneta unica nel 1999, siamo tornati alla situazione del 1996. Le elezioni decideranno se l’Italia starà dentro o fuori dal gruppo di testa dell’integrazione europea, se potrà o meno far valere i suoi interessi e le sue ragioni nella definizione dell’assetto futuro dell’Unione. Macron ha scommesso la sua presidenza sulla riforma dell’Ue e cercherà di andare avanti comunque, con o senza l’Italia.

Nel 1996 ci fu una mobilitazione massiccia della classe dirigente – dagli industriali ai sindacati – dei media e dell’opinione pubblica che sostennero l’Ulivo di Prodi e Ciampi nell’azione di risanamento necessaria, nella consapevolezza che rimanere fuori dall’euro avrebbe comportato una drammatica marginalizzazione politica ed economica. Si vedrà presto se nel Paese preverranno le sirene del nazionalismo in salsa populista con la sua assurda ricetta di un ritorno ad una sovranità nazionale in realtà
sempre illusoria. La divisione dei sindacati e del centrosinistra non è un buon viatico. Saprà l’Italia essere all’altezza della storica posta in gioco ed evitare scelte dalle conseguenze pericolosissime per il nostro futuro?

@RobertoCastaldi

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