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Una nuova "cosa rossa" non fermerà l'implosione

«Habemus papam». L’investitura di Pietro Grasso a leader di “Liberi e uguali” conferisce un leader al raggruppamento delle sinistre che nasce dall’alleanza tra Mdp, Sinistra italiana e Possibile. Un cruccio, quello del capo della coalizione e del frontman, per la sinistra radicale, che per un mix di tradizioni e cultura politica e di accentuate rivalità personalistiche ha sempre fatto fatica a trovare un “federatore”. E, infatti, il cilindro dal cappello corrisponde a un “papa straniero”, magistrato assai noto e prestigioso (che gli ex comunisti si affidino a un esponente della società civile sembra quasi una nemesi rispetto alla loro storia di primato partitista...), e presidente del Senato su indicazione del Pd, con la relativa scia di polemiche a proposito della sua permanenza in carica nonostante la fuoriuscita dal partito e dei toni assai duri a cui ha fatto ricorso in questi tempi nei confronti degli ex compagni di strada.

Una formazione partitica può configurarsi come un’offerta attrattiva sul mercato politico attuale se dispone di una struttura organizzativa, di programmi e, soprattutto, di una leadership appetibili e concorrenziali. E in sistemi politici candidate-centered, la strada della personalizzazione della leadership appare inevitabile. Così, anche le sinistre-sinistre (che, nel caso della già vendoliana Si e della civatiana Possibile, per molti versi hanno intrapreso non da oggi la strada della personalizzazione) si sono dotate di un leader riconoscibile, il quale dovrebbe avere anche la funzione di «troncare e sopire» le differenze tra le anime del nuovo rassemblement, evidenti anche visivamente nella platea di domenica all’Atlantico Live dell’Eur. Una “grande chiesa” che, per parafrasare Jovanotti, non «passa da Che Guevara e va fino a Madre Teresa», ma va dai postdemocristiani alla Enzo Carra e dai postcomunisti alla Pierluigi Bersani sino ai no global.

Risolto il tema del frontrunner da presentare ai cittadini-elettori, appare più complicata la definizione di una piattaforma programmatica omogenea e davvero condivisa tra chi teorizzava le “lenzuolate” di liberalizzazioni e chi sostiene il reddito di cittadinanza, per non parlare di coloro che risentono del fascino delle sirene anticapitaliste in seno alla nuova creatura politica, la cui configurazione organizzativa è anch’essa tutta da vedere.

Un amalgama tutt’altro che facile, per parafrasare invece ora il deus ex machina di questa operazione (Massimo D’Alema), e che difatti dà l’impressione di essere fondamentalmente un cartello elettorale, sulla cui durata è impossibile fare scommesse. A prevalere sarà, dunque, il minimo comune denominatore di una piattaforma di politica economica contro il job’s act e i dem, con il programma massimo di proporsi quale “partito del lavoro” (e l’intesa con la Cgil, o quanto meno con il gruppo dirigente di Susanna Camusso, è giustappunto palese). Più complicato, anche se sono intervenuti numerosi dirigenti dell’associazionismo (dall’Arci a Legambiente), sarà costruire un partito di riferimento per il terzo settore e la società civile, al cui riguardo si annida sempre l’incognita di imbarcare qualche generale senza esercito.

Di certo, i vertici di quella che potrebbe diventare l’ennesima “Cosa rossa” (un rischio percepito da Grasso) non puntano ad andare al governo, ma a massimizzare la loro quota di consenso elettorale, e da questo debutto ha quindi tutto da perdere il Campo progressista di Giuliano Pisapia, il cui potenziale bacino di voti si restringe. E, altrettanto di sicuro, siamo di fronte a una pietra tombale su qualunque residua possibilità per il centrosinistra di tornare
alla guida del Paese. Un’implosione che data precisamente a un anno fa, alla sconfitta renziana nel referendum del 4 dicembre 2016, e alla mancata volontà di tirare le somme, e di trarre la dovuta lezione, da quel fallimento.

@MPanarari

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