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Il presidente mantiene le promesse agli sponsor

L’opinione

La questione palestinese era scivolata molto in basso nell’agenda del mondo arabo e, più in generale, del mondo musulmano. Ristagnava nel limbo dove si accantonano problemi troppo incancreniti per suscitare altro da un pensiero distratto. Gli stessi diretti interessati vivevano la rassegnazione di chi sa che le proprie forze non bastano e gli aiuti esterni sono una chimera. Alcuni sporadici attentati, fatti coi coltelli o con le automobili, avevano fatto credere allo scoppio di una terza Intifada quando erano invece la dimostrazione di un’impotenza.

La decisione di Donald Trump di spostare l’ambasciata americana a Gerusalemme, dunque di riconoscere la città santa per le tre religioni monoteiste come capitale indivisibile di Israele, ha avuto l’effetto di ribaltare le priorità. Perché Gerusalemme è un simbolo non solo per i palestinesi ma per il miliardo e passa di credenti musulmani sparsi dalla catena dell’Atlante all’Indonesia. Impossibile credere che il temporaneo inquilino della Casa Bianca non abbia considerato gli effetti della sua rotonda firma sotto la svolta epocale.

Più di tutto contava, per lui, tenere fede alle promesse fatte ai generosi finanziatori ebrei (anche se la maggioranza degli ebrei americani vota democratico) e cristiani evangelici della sua vittoriosa campagna elettorale. La politica interna anteposta alle conseguenze nella più delicata e infiammabile fetta di pianeta. Dove rischiano di saltare per aria equilibri già peraltro precarissimi e nuove alleanze che si stavano delineando sul futuro assetto del Medioriente.

Non è un mistero che l’erede al trono saudita, il principe Mohammed bin Salman, 32 anni, avesse in animo di avviare un nuovo corso nei rapporti con Israele che sarebbe potuto sfociare persino nel riconoscimento sempre negato. Un’alleanza inedita in funzione anti-ayatollah perché lo spauracchio maggiore, per gli israeliani e per i sauditi sunniti, è l’Iran sciita, in forte espansione d’influenza e, chissà, con la prospettiva di dotarsi della bomba nucleare, nonostante gli accordi raggiunti con la comunità internazionale.

Ma ora, se Teheran urla forte contro Gerusalemme capitale, Riyad, colta di sorpresa, è al minimo critica e resta in attesa di sviluppi. Il regno dei Saud controlla i due principali luoghi santi dell’Islam, la Mecca e Medina. Il terzo è la Gerusalemme da cui leggenda vuole che Maometto ascese al cielo. Impossibile lasciarla ad altre religioni. Come conferma un retroscena della trattativa di pace di Camp David 2000 tra israeliani e palestinesi sotto l’egida di Clinton, fallita sulla linea del traguardo. Era tutto pronto, le delegazioni erano andate a dormire con l’accordo raggiunto che prevedeva Gerusalemme capitale dei due Stati. Di notte l’allora re Fahd telefonò a Yasser Arafat per diffidarlo dal siglare la partizione perché Gerusalemme non era affar suo ma di tutto l’Islam

Ad occhi sauditi non era accettabile una divisione, figurarsi un abbandono totale. Non basta, l’Erdogan di quella Turchia che pure è membro Nato, già riavvicinatosi alla Russia di Putin, minaccia di porsi come capopopolo della rivolta, dice di voler rompere le relazioni con Israele. E del resto il sultano di Ankara è uno dei più fulgidi rappresentanti della Fratellanza musulmana declinata in salsa turca.

Finisce allora che un popolo abbandonato al suo destino dagli stessi correligionari, ritrovi una solidarietà inaspettata non tanto per un’occupazione ormai vecchia di 50 anni ma perché è stato toccato il più universale dei suoi simboli. E grazie a questa rottura dell’isolamento scenda massicciamente in piazza, a Gaza come in Cisgiordania, come non si vedeva da tempo. Il tutto mentre Hamas lancia lo slogan della Terza Intifada.

Se sia un fuoco di paglia o l’inizio di una sollevazione lo dirà il tempo. La superiorità militare di Israele resta schiacciante, gli effetti pratici dell’annuncio di Trump saranno visibili solo fra i due

anni necessari per costruire l’ambasciata e organizzare il trasloco. Il tempo potrebbe affievolire la protesta. E comunque solo posporla nella terra in cui le pietre contano sempre assai più delle sofferenze quotidiane.

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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