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Continuano gli scempi idrogeologici

A ogni nuova alluvione si incolpa la “bomba d’acqua” o comunque una precipitazione eccezionale dovuta al cambiamento climatico. Ragione di più per intensificare, in un Paese fragile, fortemente antropizzato e quindi modificato come il nostro, una politica di autentica “ricostruzione” ambientale. Duemila anni fa la pianura padana era, all’opposto di oggi, una grande foresta nordica (querce, lecci, roveri, ecc.) dal Piemonte fino alla foce del grande fiume. Esagerato, si dirà, duemila anni... Per la geologia, per la natura non sono granché. Lo ricordo per dire che la nostra più grande pianura attraversata dal maggiore dei nostri fiumi e da una fitta rete di affluenti (come gli ultimi straripati giorni fa) è stata non modificata bensì completamente stravolta da vari punti di vista e andrebbe in parte “rinaturalizzata”. Oggi infatti si presenta quasi totalmente pelata, calva, senza alberi, senza più nemmeno le antiche “piantate”, i filari che scandivano le campiture con le viti maritate a olmi o aceri, oppure con filari di gelsi.

Non basta. L’introduzione di colture grandi consumatrici d’acqua, come il mais ha incentivato da una parte la captazione (a volte abusiva) di acque dal Po e dagli affluenti e dall’altra la diffusione di pozzi artesiani per estrarre acque di falda: una ventina di anni fa se ne contavano nella regione ben centomila (fra i 10 e i 700 metri) con l’emungimento di ben 710 milioni di metri cubi di acque sotterranee all’anno. Parallelamente c’è poi l’estrazione dal sottosuolo di gas, anche questa per quantità rilevantissime. Al punto da creare o da accentuare grandemente i fenomeni di subsidenza, cioè di abbassamento dei terreni, per 10-20 millimetri l’anno, che diventano 100-200 in soli dieci anni. E che insistono su terreni già scassati e sprofondati.

Purtroppo i richiami scientifici a considerare con molta attenzione questi pericolosi fenomeni anche in relazione a eventi sismici non sono stati ascoltati. Giovanni Martinelli, del Servizio cartografico della Regione Emilia-Romagna, aveva segnalato in modo documentato in una relazione presentata nel 1998 ai Lincei i rischi di aggiungere a «vistosi fenomeni di subsidenza» il possibile «incremento del tasso di sismicità locale» . Inascoltato. E purtroppo, undici anni dopo, il terremoto ha scosso, come sappiamo, con gravi danni la pianura fra Bologna, Modena e Ferrara, fino a Mantova.

Parlando di alluvioni, bisogna a tutto questo aggiungere che l’Emilia-Romagna è una delle regioni italiane più “impermeabilizzate” sotto uno strato diffuso di cemento e asfalto. La terza per l’esattezza dopo la Lombardia e il Veneto. Nel solo 2016 – anno peraltro di crisi edilizia – l’Italia ha consumato altri 2,3 milioni di ettari di suoli liberi ricoprendoli di cemento e asfalto, quasi 5.000 più dell’anno precedente. Consumo che continua a correre all’impazzata anzitutto in Lombardia 309.542 ettari; nel Veneto 224.555 e in Emilia-Romagna 219.980 (una superficie da sola grande come il territorio di Roma, Ciampino, Fiumicino e altro). E sono tre regioni che ricadono nel bacino del Po. In esse l’acqua piovana – che ora precipita con violenza e in quantità inusitate – non filtra nel terreno “impermeabilizzato” e quindi rimane in superficie concorrendo agli allagamenti. Mettiamoci anche gli abusi edilizi lungo fiumi e torrenti, la disinvoltura con cui si è continuato a costruire nelle aree di golena dove la forza delle acque di piena deve invece potersi sfogare senza ostacoli.

Negli anni 2000 in cui il centrodestra è stato più a lungo al governo c’è stata una riduzione dei fondi per la difesa del suolo, a cominciare dall’Autorità per il Po. Mancando
piani ordinari di riassetto idrogeologico, si ricorre a piani di emergenza coi quali si possono soltanto inseguire e non invece prevenire guasti e disastri. Come invece è più che mai necessario col cambio di clima che non è più, ormai, una sorpresa.

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