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La partita resta aperta con la carta Gentiloni

La settimana

Adesso Paolo Gentiloni si preoccupa di parlare come un premier lungimirante, un politico assennato, un uomo di Stato che guarda al domani e non all’oggi. E che non si nasconde dietro le ipocrisie della campagna elettorale. Leggete qua: «Non è il tempo di scardinare pilastri del sistema pensionistico e fiscale». Capito? Messaggio diretto a tutti i competitor di questa corsa al voto che fanno a gara a lanciare promesse fasulle (e impossibili da realizzare) su tasse e pensioni. E già, direte voi, ma Gentiloni è premier oggi, e non lo sarà domani. Un momento...

Approvata la legge Finanziaria, e una volta che Sergio Mattarella ha sciolto le Camere, il presidente del Consiglio avrebbe potuto presentare le sue dimissioni al capo dello Stato e questi, secondo una prassi consolidata e celebrata in decine di comunicati ufficiali del Quirinale, lo avrebbe pregato di «restare in carica per il disbrigo degli affari correnti». Perché anche a Camere sciolte e con un premier dimissionario, Parlamento e governo, com’è ovvio, restano al loro posto fino all’arrivo del nuovo gabinetto nato dalle elezioni successive, ma con alcuni limiti costituzionali, quelli che per esempio impediscono di adottare decisioni dal contenuto politico.

Ma così non è stato. Perché? La prima spiegazione è che nell’agenda del governo spiccano tuttora impegni per i quali occorre una pienezza “politica” di poteri. Come la missione militare in Niger, che ha appena avuto il via libera da governo e Parlamento; il primo gennaio, poi, è cominciato l’anno di presidenza italiana dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa; con Bruxelles sono necessari contatti frequenti per le continue trattative su mille adempimenti finanziari; e a marzo si terrà l’importante vertice europeo franco-tedesco voluto da Macron per rafforzare l’Unione bancaria. Appuntamenti, è stata la valutazione del Quirinale, ai quali era consigliabile non presentarsi con un governo azzoppato.

C’è anche dell’altro, però. Convinzione diffusa, alimentata da sondaggisti ed esperti, è che all’alba del 5 marzo le urne non ci restituiranno né un vincitore né una maggioranza. E dunque al tempo necessario per insediare il nuovo Parlamento e scegliere presidenti e capigruppo di Camera e Senato, senza i quali il capo dello Stato non può avviare le consultazioni, si aggiungeranno altri giorni per tentare di venire a capo di una situazione complessa che non lascia intravedere sbocchi naturali. Anche perché Mattarella vorrebbe dare l’incarico non a chi ha avuto solo più voti, ma a chi dimostri di poter mettere insieme una maggioranza parlamentare. Passerebbe ancora tempo. Durante il quale, pensano in molti, il Paese resterebbe senza governo.

E però ci sarà ancora Gentiloni, no? Già, ma dal dopopoguerra a oggi, qualcosa del genere non era mai accaduto: aperte le urne e proclamati i risultati il capo del governo in carica saliva al Quirinale e si dimetteva, la maggioranza che gli aveva votato la fiducia non c’era più. È molto probabile che le cose non andranno così, e molti puristi della Costituzione storcono il naso e già denunciano il vulnus, lo strappo. Sì, replicano altri, ma finora non è mai accaduto nemmeno che all’indomani del voto una maggioranza non ci fosse. Stavolta molto probabilmente non ci sarà: una situazione eccezionale va trattata con strumenti eccezionali...

Questa soluzione, l’avrete capito, potrebbe chiamarsi Gentiloni. A cui toccherebbe anche il compito successivo. Se le cose restassero così, l’unica soluzione praticabile sarebbe una maggioranza di larghe intese la cui guida dovrebbe essere affidata a un uomo non divisivo (come Renzi), ma apprezzato (anche da Renzi e Berlusconi, come Gentiloni). E a cui potrebbero partecipare tutti coloro che non vogliano sentir parlare di Grillo & Di Maio. Magari anche i Liberi e Uguali di Massimo
D’Alema che in questo groviglio istituzionale ha intravisto uno spiraglio per tornare in pista. Prima però deve convincere Grasso, Fratoianni, Civati, Speranza... Sempre che non sia in arrivo l’ennesima scissioncina. Ma questa è tutta un’altra storia.

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