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IL COMMENTO

La corsa sotto traccia dei leader nascosti

Ci sono leader il cui nome è stampato sui simboli. Leader che, nei contrassegni, non figurano, ma è (quasi) come se ci fossero. E poi ci sono gli altri: quelli che aspettano, senza magari neppure essere impegnati nella corsa elettorale 2018. Aspettano che un qualche accordo post-voto li porti a Palazzo Chigi. È una strana curvatura, quella assunta dalla personalizzazione della politica in questa fase dell'infinita transizione italiana. Del tutto coerente con questa strana campagna elettorale. Che si finge quasi una campagna "da Seconda Repubblica", segnata dall'onnipresenza dei capi-partito, impegnati a occupare ogni scampolo di ribalta mediatica. Promettendo di poter vincere, da soli o con gli alleati (di oggi). Mentre già in molti, di nascosto, guardano al "dopo".

Una coalizione, in particolare, sembra avere qualche chance di vittoria. Ma si tratta anche della coalizione per la quale il nodo della leadership appare più difficile da sciogliere. "Berlusconi Presidente" è sempre lì: fermo e immutabile, sotto il vessillo di Forza Italia. Ma il #LeaderEterno non è candidato né potrà presiedere il prossimo Consiglio dei ministri. Salvini può allora procedere nella sua martellante campagna "presidenziale". L'accordo interno - pubblicamente riconosciuto dai tre maggiori leader - prevede che sia il primo partito dello schieramento a esprimere il capo del governo. E il Cavaliere neppure prende in considerazione l'eventualità che la Lega possa arrivare davanti a Forza Italia. Così, da qualche mese si diverte, anche solo come azione di disturbo, a sfogliare la rosa dei candidati alternativi. Dal generale Gallitelli fino al presidente (uscente) della Bce Mario Draghi.

Soprattutto: il presidente dell'Europarlamento Antonio Tajani. Mentre c'è chi sussurra il nome di Franco Frattini. Molte figure con un certificato pedigree europeo (sicuramente gradito dagli alleati...). Nomi buoni per un governo di centro-destra, ma spendibili anche nelle trattative per un esecutivo di grande coalizione. Persino gli anti-renziani di LeU hanno ceduto - e non è la prima volta, nel campo della sinistra-sinistra - alla logica dell'uomo solo al comando, scrivendo già nel simbolo il nome di Pietro Grasso. Il presidente del Senato, da parte sua, ha già aperto all'ipotesi di un governo "del Presidente" (della Repubblica). Non troveremo, invece, sulla scheda, l'indicazione sul candidato-premier di Pd e M5s.

Il capo pentastellato non nasconde di essere in lizza per la poltrona di primo ministro. Anticipa addirittura i tempi istituzionali, con una irrituale visita al Quirinale - cui Mattarella si è sottratto - per annunciare la propria squadra di ministri. Qualora il M5s dovesse risultare primo partito, è già pronto a esibirsi in una plateale richiesta di incarico. Il Pd, per converso, appare eternamente incerto sul "volto" con il quale mostrarsi agli elettori. Sospeso tra il partito del capo e la vecchia ditta a conduzione familiare. Il suo segretario sogna ancora di tornare a Palazzo Chigi. Ma deve guardarsi dall'ascesa di alcuni compagni di partito, o di personalità comunque collegate al governo targato Pd. Non solo Gentiloni, che continua a fare collezione di endorsement: dopo Prodi, anche Napolitano si è speso a suo favore. Tra i nomi più gettonati ci sono anche Minniti e Calenda.

Non sarebbe certo la prima volta che il capo del governo non viene indicato dai risultati elettorali. Si tratta, anzi, del percorso stabilito dalla nostra Costituzione. Tuttavia, mai come in questa occasione, a partire dagli anni Novanta, il voto si presenta come la fase preparatoria di una partita che si aprirà solo dopo il conteggio delle schede. Così, mentre i principali capi-partito sgomitano sulla passerella elettorale, sfoggiando

i tradizionali marchi, altri leader attendono lontano dai riflettori. In pochi sono in grado di fare previsioni su chi, dopo il 4 marzo, sfilerà verso Palazzo Chigi. E quali forze politiche saranno in grado di cucire l'abito della prossima maggioranza.

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