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Le bandiere rosse rattrappite nell’Italia della sinistra sbiadita

Fa impressione vedere il colore rosso ridotto ad alcuni brandelli d’Italia fra Toscana ed Emilia-Romagna. Il colore della tradizione di sinistra rattrappito in un mare di azzurro (centrodestra) e di giallo (5Stelle). Fine di una tradizione risalente all’800? È presto per dirlo e però l’erosione elettorale stavolta è impressionante e non promette rinascite a breve termine. Eppure le diseguaglianze sociali non si sono attenuate, il benessere non si è diffuso in modo equilibrato. Gli ultimi e i penultimi non si esprimono o comunque non scelgono un centrosinistra imborghesito e privo di identità programmatica. Scelgono la protesta anti-sistema, anti-europea. Il riformismo socialista ha origini lontane in quelle regioni, non marxiste, semmai libertarie, cooperativistiche, solidaristiche, municipali.

Il primo deputato socialista, Andrea Costa, imolese, viene eletto nel 1882 e proviene dall’anarchismo. Due anni dopo lo raggiunge alla Camera il medico, garibaldino combattente, Luigi Musini di Busseto. La prima grande cooperativa bracciantile nasce a Ravenna nel 1883 e la guida un ventenne discepolo di Costa, Nullo Baldini. Da allora, fino all’avvento violento del fascismo, il riformismo socialista crescerà, soprattutto nei Municipi, nelle cooperative, nelle Camere del lavoro. Parallelo a un riformismo repubblicano e a un altro cattolico fiorente dopo la “gelata” anti-modernista imposta da Pio X. Il Partito Socialista, pur diviso in varie correnti, e il Partito Popolare saranno i veri vincitori delle elezioni politiche del 1919, ma il Vaticano proibirà nel 1924 ogni intesa governativa fra Filippo Turati e don Luigi Sturzo, anche in pieno sequestro Matteotti, con Mussolini in crisi. Le bandiere rosse e quelle bianche hanno festeggiato per la prima volta insieme nel 1922 il mitico 1° Maggio, troppo tardi.

Distrutte molte Camere del lavoro, assassinati o imprigionati, confinati, esiliati molti dirigenti socialisti e cattolici (a Parigi lo stesso Baldini, Turati, Nenni, Buozzi e il cattolico Giuseppe Donati), ibernate le cooperative, solo nel 1945 i garofani rossi rifioriscono in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche del Nord, Lombardia meridionale. Le prime elezioni del ’46 vedono, fra la sorpresa generale, il Psiup sopravanzare il Pci di quasi 2 punti percentuali. Ma il frontismo di Nenni, Morandi, Vecchietti provoca la scissione, da sinistra, dei “giovani turchi”. Il Pci diventa egemone nella politica di sinistra.

Tuttavia, anche dopo la fine salutare del frontismo per iniziativa del Psi, dopo i fatti di Ungheria del ’56, la collaborazione fra socialisti e comunisti continua: nei Comuni, nella Cgil, nelle coop sempre più potenti, in municipalizzate efficienti. Nasce da questo humus il cosiddetto “modello emiliano” che riprende, in forma più moderna, tante caratteristiche delle Giunte prefasciste ponendo cultura e istruzione al primo posto.

Ricordo Renato Zangheri, sindaco di Bologna in anni terribili, inaugurare la scuola di partito di Albinea con una frase di Andrea Costa: “Il Comune è il focolare della cultura”. La fase delle Regioni, dopo il 1970, consolida quelle “rosse”, nonostante il centrosinistra al governo del Paese. Grazie anche a leader moderni e illuminati come Guido Fanti, Lelio Lagorio, Pietro Conti. Ma anche il Piemonte è a lungo “rosso”, come la Liguria, il Lazio dove Luca Zingaretti ha ora riacceso una luce isolata. Per essere “moderni” si privatizza, si lascia sbiadire l’identità di sinistra, la cultura non è una priorità. Ci sono ancora episodi di “buongoverno”. In Toscana, ma isolati. L’Emilia-Romagna, alla testa per decenni della “buona urbanistica”, ha varato una delle peggiori leggi di “urbanistica

contrattata” coi poteri immobiliari.

Perché gli elettori dovrebbero votare “questo” centrosinistra o, comunque, uscire dal bosco come aveva loro chiesto Pier Luigi Bersani? In Emilia-Romagna il Pd non è più nemmeno il primo partito.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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