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MOTOCICLISMO: L’INTERVISTA AMARCORD 

Gianfranco Bonera: «Nella MotoGp oggi conta il business. E su Rossi-Marquez...»

Il grande ex: «Ho provato una Honda dello scorso anno, facile da guidare. Marc ha torto ma Vale in passato ne ha fatte più di Bertoldo»

Andato a un passo dalla conquista del campionato del mondo del 1974 nella classe 500 e fermato soltanto dagli ordini di scuderia (la Mv Agusta impose che a vincere fosse il britannico Phil Read), oggi Gianfranco Bonera è un simpatico 73enne con cui è molto piacevole parlare di moto. Perché è competente, ha gareggiato negli anni ruggenti (quindici podi per lui tra 250, 350 e 500 tra il 1973 e il 1980) e non si tira indietro quando c’è da esprimere la propria opinione anche sui mostri sacri di oggi. Nato a Porpetto, in provincia di Udine, ha vissuto a lungo in Lombardia e ora risiede in Sardegna.

La MotoGp attuale le piace?

«Insomma. Oggi prevale il business. Non mi prenda per presuntuoso, ma se permette...»

Prego.

«Lo scorso anno, a Valencia, ho avuto la fortuna di provare una Honda MotoGp, trovo questi bolidi di una facilità estrema da guidare, con tutta questa tecnologia. Gas aperto e via: non devi fare molto altro. Pare sia importante che non si creino distacchi abissali tra i fuoriclasse e i piloti di medio livello. Una volta non era così, i campioni davano anche un giro agli altri. Evidentemente si pensa ci sia più spettacolo ad avere tutti assieme».

Del “fattaccio” di Rio Hondo tra Marquez e Rossi cosa pensa?



«Che la colpa è del direttore di corsa. Doveva mandare lo spagnolo ai box e farlo partire da lì, non certo dalla griglia di partenza».

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Il sottile confine fra irruenza e disonestà rischia di essere calpestato impunemente con una percezione di ingiustizia e incapacità diffusa. Il Circus rischia grosso in fatto di credibilità, i piloti rischiano ancor di più. E due parole di Ezpeleta a ridosso del Gp da sole certo non basteranno



E il sorpasso ai danni di Valentino?

«Aveva fretta, non ho visto nulla di cattivo nel suo comportamento ma soltanto grande decisione. Valentino, in questo caso, non deve fare la vittima perché in passato anche lui ne ha fatte più di Bertoldo. E poi non mi è piaciuto Uccio (Alessio Salucci, detto Uccio, amico di Valentino, ndr)».

Ci spieghi meglio.

«Marquez, che è un pluricampione del mondo, si è reso conto di avere fatto una cazzata ed è andato a scusarsi. È deplorevole che Salucci l’abbia mandato via come un cane, doveva esserci un uomo Yamaha a parlare con lui».

Lei ha mai vissuto una situazione simile?

«Più di una. Mi ricordo che ad Abbazia (pista in Croazia, dove si correva il Gp di Jugoslavia, ndr) sono arrivato lungo nell’affrontare un tornante e ho buttato fuori Takazumi Katayama (campione del mondo nelle 350 nel 1977, ndr): a fine gara sono andato a scusarmi e ci abbiamo bevuto sopra. Tipo simpatico il giapponese, portava con sé la chitarra in pista».

Altri tempi.

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«Può dirlo forte. C’era una grande senso di amicizia nel paddock. In gara era un’altra cosa, naturalmente, ma la cavalleria la faceva da padrona e portava al rispetto reciproco. Sapevi che se fosse caduto qualcuno per terra si sarebbe fatto molto male».

Lei con chi aveva legato in modo particolare?

Con Barry Sheene (inglese, due volte iridato nelle 500, ndr) e Angel Nieto (spagnolo, ben tredici volte campione del mondo tra 50 e 125, ndr), che purtroppo non ci sono più. Non volevamo correre in moto e basta. A noi interessava goderci la vita, eravamo giovani. Noi tre andavamo a ballare, facevamo le ore piccole, nei limiti del possibile. La nostra mentalità era diversa da quella di Giacomo Agostini, per esempio, che si allenava con costanza e si comportava da professionista anche sceso dalla moto. Diverso da noi era anche Walter Villa (tre volte iridato nelle 250 e una nelle 350, ndr): era molto riservato, lo chiamavamo “Reverendo”. Insomma credo che magari avrei vinto di più ma mi sarei divertito molto meno. Come quella volta in Venezuela…».

Prego, racconti.

«Per il Mondiale, negli anni Settanta, si correva anche lì e così, con Nieto e alcuni amici, siamo partiti una settimana prima. Per potere girare in lungo e in largo per tutta la nazione sudamericana prima di montare in sella».

Uno di cui non ha un gran ricordo è Phil Read, sbaglio?

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«Diciamo che non è stato un grande compagno di squadra».

Nella decisiva gara corsa in Finlandia dovette lasciarlo vincere, lasciandogli anche il titolo iridato.

«Ne parlavo con mia moglie anche qualche giorno fa. Pensai che avrei potuto conquistare il Mondiale l’anno successivo. E poi mi sembrava impensabile non ascoltare gli ordini di scuderia, consideri che ero al mio secondo campionato in assoluto e al primo con la Mv Agusta, che a quei tempi era la Ferrari delle due ruote: per assurdo se mi avessero detto di buttarmi dalla finestra lo avrei fatto. Con il senno di poi è chiaro che sono pentito, nello sport quando ti capita un’opportunità la devi cogliere».

Monza, 20 maggio 1973, una giornata tremenda per lo sport motoristico con la tragedia di Renzo Pasolini e Jarno Saarinen. Lei c’era.

«Pasolini, oltre che un fuoriclasse, era un uomo dal cuore immenso. C’è una bellissima storia che ci lega e che ho voluto raccontare anche a suo figlio quando l’ho incontrato».

La racconti anche a noi.

«Quindici giorni prima di quella gara mi telefona Pasolini, che mi invita a Monza per fare delle prove con lui. Io, che lo conoscevo soltanto di fama, pensavo a uno scherzo, ma mi presentai comunque in largo anticipo per l’appuntamento, fissato per le 14. Sempre più convinto di non avere parlato con lui ma con qualcuno che lo aveva imitato fui molto sorpreso quando, alle 15.30, si presentò: in autostrada era esploso il lunotto del Ford Transit, su cui c’erano quattro moto, due con il raffreddamento ad acqua e due ad aria. Voleva fare delle comparazioni e mi aveva ingaggiato come tester. Poi mi chiese se avrei partecipato al Gran premio delle Nazioni, che si sarebbe corso proprio sul circuito brianzolo, e fece sì che acquistassi una Harley Davidson. E così anche io mi iscrissi nella classe 350».

E cosa accadde?

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«Successe che il venerdì feci tre giri e ruppi. Il sabato la stessa identica cosa. Renzo, mentre rientravo ai box mogio, mi guardò e disse ai suoi meccanici di cambiare il numero alla sua moto, che mi cedette per le qualifiche: ottenni il quarto tempo, figlio della generosità di un uomo speciale. E così partecipai al Gran premio che precedette di poco più di un’ora quello purtroppo fatale per Pasolini e Saarinen, al via anche nelle 250».

A Monza, ormai, le moto non corrono più.

«È un bene, per come è stato modificato quel circuito non ha più alcun senso per le due ruote. Le chicane sono deprimenti. I miei circuiti sono il vecchio Assen, Spa-Francorchamps, ma soprattutto il Nurgburgring: lì ti sembrava di volare, dovevi stare attentissimo nel cercare il limite, servivano fantasia e autocontrollo insieme. E pensi che a me ha tradito una balla di paglia finita in pista sul circuito di Modena: sono caduto e mi sono rotto il femore».

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