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La democrazia cristiana e la lezione dimenticata


Chiedemmo una volta al gran democristiano Francesco Cossiga ormai libero da lacci istituzionali: Seconda Repubblica, che gliene pare? E lui: «È andata in onda la caricatura del Termidoro senza che ci sia stata la rivoluzione. Questa è una Repubblica mercantile senza radici nel passato e speranze nel futuro. Non la si può definire Seconda».

Cossiga non può parlarci della Terza che una rivoluzione per ora su limita annunciarla: siamo passati dal bipolarismo alla diarchia Movimento Cinque Stelle. Auguri. Ma come l’avrebbero risolta Fanfani, Andreotti, Moro, più tardi De Mita e Forlani, una situazione simile a quella nella quale ci siamo trovati in sessantasei giorni di penose contorsioni, pur in presenza di un partito di maggioranza relativa, i Cinque Stelle, e di una coalizione di centrodestra arrivata seconda staccando di gran lunga gli inseguitori? Risposta: mai un presidente della Repubblica sarebbe stato costretto a minacciare governi tecnici con questi numeri elettorali. La differenza è di stile: si è decomposto un patrimonio di sapienza a mano a mano che una classe dirigente, figlia di due scuole, o è andata in pensione o è morta sotto le macerie di Mani Pulite dal ’92 in poi.

Veniamo al dunque: il Movimento Cinque Stelle rappresenta (sic!) ciò che la Democrazia Cristiana è stata dagli anni ’60 agli ’80, il partito con più voti. La Lega di Salvini col suo 17% incarna il PSI, ago della bilancia. Non c’è dubbio che queste due forze hanno il diritto-dovere di guidare il Paese. Piaccia o no. Bene: toccava ai grillini risolvere il rebus subito e con autorevolezza. Non è accaduto per ignoranza d’una regola semplice: capacità di strategia vuole che il passo indietro non lo compia il più debole, ma il più forte. Dopo il 4 marzo Di Maio doveva dire a Salvini: il premier fallo tu o chi per te, magari il moderato Giancarlo Giorgetti, io ti garantisco la maggioranza in Parlamento e ti guardo le spalle. Naturalmente per i ministri facciamo fifty-fifty prevedendo quote per i tuoi alleati. Io non ne ho. Il tutto doveva avvenire senza veti o con eleganza.

Fu così accadde nel 1983 quando la Democrazia Cristiana, preoccupata di non arrendersi alle pretese del Partito Comunista, “rubò” all’avversario i socialisti e non si oppose, anzi, a un governo guidato da Bettino Craxi. La Dc era ancora il primo partito della nazione, ma aveva perso il 7 per cento alla Camera il 5 al Senato rispetto alle precedenti elezioni. Il Pci aveva tenuto, all’incirca sul 30 per cento, il Psi era all’11 e c’era stata una sensibile avanzata della destra, quella vera: il Movimento sociale. I democristiani fecero un passo di lato. Situazione stilisticamente analoga due anni prima, allorché a Palazzo Chigi venne spedito Giovanni Spadolini, intellettuale senza portafoglio: elettoralmente i repubblicani contavano come il due di picche. In entrambe le circostanze la Dc non si rifugiò sull’Aventino ma continuò a macinare accordi e intese, a pensare che il compromesso storico prima o poi sarebbe stato inevitabile, a fornire propri ministri e sottosegretari, a esercitare, insomma, la leadership più autentica. Che non sempre coincide con una posizione di prima linea. Restare arbitri, paga di più che camminare sotto braccio al proprio Ego.

Discorsetto su Berlusconi, di nuovo in sella, ma inviso a Di Maio e sopportato da Salvini per ragioni che può rivelare solo lui. La navigata Dc non avrebbe mai chiesto il suicidio assistito di un personaggio ingombrante

come il vegliardo di Arcore. Gli avrebbe concesso il diritto di sopravvivere aspettando di vederlo estinguersi politicamente per vie naturali. Sempre per quella regola che suggerisce al più forte di non accanirsi sul più debole. Pena il contrappasso

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