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Prodi: «L’America first di Trump dovrà fare i conti con la Cina»

Globalizzazione: la lezione del professore di economia ed ex premier all’anno accademico del Bo di Padova

PADOVA. La globalizzazione? Ha fatto perdere la bussola e il pianeta gira alla rovescia. Così può capitare che al G8 di Davos sia la Cina comunista a difendere il libero scambio, mentre l’America di Trump rinnega il liberismo e invoca il protezionismo.

L’Europa divisa rischia il declino come l’Italia nel Rinascimento, dopo la scoperta dell’America. Oggi le tre nuove “Caravelle” si chiamano Apple, Google e Alibaba e i loro quartieri generali sono in California e a Pechino.

Romano Prodi, il primo vero “premier” dell’Unione europea che tra il 1999 e il 2004 ha spalancato le porte a 10 paesi ex comunisti dopo la caduta del muro di Berlino, strappa applausi dai docenti dell’aula magna dell’Università di Padova. Al Bo l’hanno invitato per capire il legame tra ricerca e globalizzazione e l’ex premier, più che da docente di Economia, parla con l’orizzonte dell’analista che ha insegnato per sette anni a Shangai e dal 2008 ha costruito per l’Onu missioni di peacekeeping in Africa.

Dopo Prodi, in cattedra sale lo scrittore Paolo Giordano che legge un documento del 1912 di James Joyce la cui presenza a Padova è riaffiorata dagli archivi: Joyce era stordito dal tram elettrico e dagli strilloni dei giornali più di quanto non siamo noi oggi bombardati dalle fake news dei social. Le “magnifiche sorti e progressive” mal si conciliano con le affinità elettive dei letterati.

Chi si aspettava risposte risolutive da Romano Prodi forse è rimasto un po’ deluso perché la “globalizzazione genera confusione” . E quando il caos regna sovrano, si apre lo spazio per l’Uomo Forte al governo. Da dove iniziare? Dalla Cina che controlla il debito pubblico Usa dopo il crac di L&B.

Pechino ha affidato alla oligarchia del partito comunista il comando militare e i piani economici: in pochi anni vogliono urbanizzare 200 milioni di persone e ci riusciranno con una gestione centralistica del potere. Lo stesso vale per l’India, paese di tante lingue e religioni che ha bisogno di un leader forte.

Nelle Filippine, il presidente Rodrigo Duterte ha ingaggiato la lotta al narcotraffico e 1200 persone sono morte. Prodi allarga l’orizzonte alla Turchia di Erdogan, il leader “occidentale” che teneva a bada l’esercito: dopo il fallito golpe del luglio 2016 lo scenario è cambiato e il 6 aprile ci sarà il referendum sulla repubblica presidenziale. Idem per Egitto, mentre l’Africa è dilaniata dalle lotte tribali dei presidenti che restano in carica oltre il loro periodo.

Il colpo di scena è arrivato con l'America first di Donald Trump che ha vinto le elezioni con la promessa di bloccare la globalizzazione e salvare i posti di lavoro agli operai.

Il messaggio è chiaro: gli Usa vogliono ristabilire la loro supremazia militare, produttiva e tecnologica e sono pronti a stringere un patto con Mosca per mettere alle corde l’Europa. «Ci lasciano nuotare in mare aperto, ma ogni 4-5 bracciate dobbiamo bere acqua salata», afferma Prodi.

«L’accordo Stati Uniti-Russia cambia gli equilibri, ma Trump deve fare i conti con la Cina: dopo la telefonata al presidente di Taiwan, la Casa Bianca ha fatto marcia indietro perché Pechino ha un Pil come gli Usa anche se con un reddito procapite di un quinto e cavalca il grande boom tecnologico. Il premier Xi Jinping con il progetto “Via della seta” ha costruito alleanze con Iran, Pakistan e Kazakistan, Filippine e Vietnam.

E poi c’è uno sforzo impressionante nell’ istruzione: le università cinesi seguono il modello Usa, con i college di serie A e B. Fanno passi da gigante ma non vogliono copiare il nostro welfare state, quanto di più perfetto esista sul piano delle garanzie: l’ultima tappa è l’esercito della cibernetica e nessuno sa capire quale impatto potrà avere», spiega Romano Prodi.

Ce la faremo a reggere la sfida? Il “padre dell’euro” torna a rileggere la storia: «Purtroppo l’Europa è divisa e rischia il declino come l’Italia nel Rinascimento, tagliata fuori per quattro secoli dopo la scoperta dell’America. All’Arsenale di Venezia si costruivano navi troppo piccole per attraversare l’Atlantico e oggi le nuove caravelle sono Apple, Google e Alibaba. Ma l'Europa non c'è. Qualche segnale arriva dalla Merkel con l’Ue a due velocità».

L’ultimo scenario: le elezioni del 2017, con i populisti che puntano al leader indiscusso. Il test più delicato

sarà in Olanda, mentre in Francia il candidato Macron può fermare Marine Le Pen. Quanto alla Germania, la Grosse Koalition può reggere. Si tratta di capire se rivince la Merkel o se invece ci sarà il passaggio di consegne alla Spd di Martin Schulz. E l’Italia di Renzi? Silenzio assoluto.

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