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Referendum, Zaia gela Maroni: sul voto veneto deciderà da solo

Autonomia, secca replica al governatore lombardo che aveva annunciato la data comune di ottobre. "Attendiamo da 4 mesi la risposta del Viminale sul supporto delle prefetture per seggi e schede"

VENEZIA. Chi decide i tempi di svolgimento del referendum per l’autonomia del Veneto? Il governatore nostrano Luca Zaia o l’omologo Roberto Maroni, artefice di un’identica consultazione in Lombardia?
 
I proclami di quest’ultimo legittimano qualche dubbio: «Domani in Giunta stabilirò la domenica referendaria, il voto si terrà in ottobre probabilmente insieme al Veneto, sentirò il presidente Zaia e annuncerò la data», ha dichiarato in mattinata; toni da fratello maggiore, riflesso di un retropensiero che assegna ad una regione - la sua - il ruolo di capocordata del leghismo nel governo nordista.
 
E Zaia? Malcela il dispetto e nei colloqui a quattr’occhi a Palazzo Balbi lamenta l’invadenza di “Bobo” ma è troppo navigato per accendere polemiche fratricide. Così calibra le parole, alternando il miele di circostanza alla rivendicazione del primato decisionale in casa propria: «Ottima la notizia che arriva dal collega Maroni. Con l’annuncio da parte del presidente della Lombardia che sarà comunicata la data della consultazione nella sua regione (il corsivo è nostro ndr), si comincia finalmente a entrare nella fase calda dei referendum per l'autonomia.
 
Per quanto riguarda la data del Veneto siamo in attesa da quattro mesi della risposta del ministero dell’Interno rispetto al tema del protocollo d’intesa da sottoscrivere con le prefetture per l’organizzazione dei seggi e delle schede». Nel dettaglio, Zaia rivela che la settimana prossima, nel corso di un incontro con la Corte d’Appello a Venezia, verrà fissata «la tempistica per la nomina degli scrutatori e dei presidenti di seggio»; «Nel frattempo stiamo collaudando il portale informatico per l'accreditamento dei Comuni e la gestione dei dati elettorali. L’appalto per la stampa delle schede è già stato assegnato. Cercheremo comunque di celebrare il referendum prima possibile ed in ogni caso entro l’anno».
 
E l’annunciata telefonata di Maroni? Non c’è stata. Zaia incontrerà il governatore lombardo «nei prossimi giorni», senza fretta insomma: «Cercherò di capire, sperando collimino le rispettive procedure organizzative, se sarà possibile trovare un punto d'incontro per uno svolgimento delle consultazioni nel medesimo giorno». Frasi lapidarie che sottintendono una convinzione: in Veneto la “macchina” referendaria - capeggiata dal dirigente Maurizio Gasparin coadiuvato dal capo dell’Osservatorio elettorale Claudio Rizzato - ha lavorato intensamente e la procedura organizzativa è in gran parte completata; non altrettanto, forse, è avvenuto in Lombardia dove, oltretutto, il ricorso al voto informatico complica l’abbinamento in election-day.
 
Archiviata (salvo code ulteriori) la replica al “collega” di Carroccio e incassato il plauso bipartisan dell’«entusiasta» Matteo Salvini, ce n’è anche per gli oppositori: «Siamo ai blocchi di partenza e questa è una risposta a chi continua a sostenere, non soltanto l'inutilità della consultazione ma anche il fatto che io agiterei lo spauracchio del  referendum soltanto per bassi motivi elettoralistici e di consenso».
 
L’allusione corre in particolare al Pd, che critica fortemente il ricorso alle urne, caldeggiando in alternativa il negoziato con il Governo, e oscilla tra il “sì” a dentri stretti della maggioranza renziana e il “no” anticipato dai “giovani turchi” dem Graziano Azzalin e Alessandro Naccarato; «Chi sostiene ciò», conclude Luca Zaia «dimentica che il referendum nasce da
una vittoria storica in Corte Costituzionale che negli anni passati, per ben due volte, aveva opposto un netto no alla celebrazione della consultazione. E scaturisce dal ricorso, così ben argomentato dai legali del Veneto, contro l'impugnazione da parte del Governo della legge regionale».

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