Dalla Palma: «A Rio da protagonista»

Il feltrino racconta l’esperienza alle Paralimpiadi. «Bello essere considerato una persona normale fra persone normali»

    di Valentina Damin

    FELTRE. Una avventura simile a un sogno. È questo il sentimento vissuto dal feltrino Davide Dalla Palma alla Paralimpiadi di Londra, dove ha anche conquistato la finale dei 1500 metri. Lunedì sera è stato accolto dagli amici allo Zugni Tauro.

    «Un anno fa non avrei mai pensato di poter gareggiare in una competizione del genere - dice Davide -poi ho incontrato Stefano Cialella che mi ha aperto un nuovo orizzonte.Riuscire ad incastrare allenamenti, gare, studio e lezioni non è sempre stato facile. Ho dovuto rinunciare a quello che non fosse sport e medicina, trascurando un po' la mia vita sociale, però ne è valsa la pena. Visto l'obiettivo, limitare i dolci ed eliminare l'alcol non è stato molto difficile. Se ti diverti, certi sacrifici non pesano».

    Come era la vita all'interno del villaggio olimpico?

    «L'atmosfera era elettrizzante. Pensare di vivere a stretto contatto con i migliori 4200 atleti paralimpici del mondo è molto stimolante. Vivi assieme a persone dalle storie straordinarie su cui potresti scrivere libri e che vivono le loro disabiltà in un modo normale, che fanno tutto ciò che fa un "normo", anche se ti mancano entrambe le braccia. Ti rendi conto veramente di quanto sbagliata sia la parola disabili dal momento che i più, per superare il proprio handicap, hanno escogitato abilità che una persona comune si può solo sognare.

    Nei momenti liberi, oltre al riposo, molto tempo lo passavo al Globe, una sorta di sala comune dove potevi passare il tempo giocando a biliardo, con la Wii o semplicemente guardare le gare in tv. Molto tempo l'ho passato anche allo stadio nella zona riservata agli atleti sopra l'arrivo a tifare per i miei compagni di nazionale».

    Si mangiava italiano?

    «Il cibo era abbastanza buono. Era diviso in 4 grandi banchi a self service, uno con le specialità della Gran Bretagna, uno con quelle di Europa, America e Mediterraneo, uno Africa e uno Asia e India. La cosa che mi è mancata di più però è stato il caffé».

    Come era il clima all'interno della squadra italiana?

    «Un bel gruppo. Noi dell'atletica eravamo tutti giovani alla prima esperienza, a parte il nostro immenso capitano Alvise De Vidi. Anche l'esperienza di Assunta Legnante, già olimpionica a Pechino, si è dimostrata preziosa. A parte le vittorie, anche i non medagliati hanno saputo raggiungere i propri personali. Non tutti sono capaci di farlo in grandi manifestazioni».

    Sei stato a contatto con persone e atleti dal carisma e alla storia personale davvero forte. Qual'è l'incontro che ti ha colpito di più?

    «Lo slogan di una tv inglese per promuovere i Giochi “meet the superhumans” non era affatto azzardato. Ma fra i molti atleti che ho incontrato, Ivan Prokopyev è uno di quelli che mi ha colpito di più. Amputato a entrambe le braccia al di sopra del gomito e ad entrambe le gambe sotto il ginocchio ha corso i 100, i 200 e i 400 assieme a Pistorius, entrando in finale nei 400 e arrivando settimo con 54"74. Vedere il suo livello di autonomia nella vita quotidiana, credo sia uno degli esempi migliori che niente è impossibile».

    Ci sono stati problemi o avvenimenti spiacevoli?

    «L'organizzazione dei Giochi è stata impeccabile. Ma la cosa che mi piace sottolineare di più è il calore e la disponibilità dei moltissimi volontari. Tanta parte del grande successo dei Giochi va a loro».

    Cosà ti mancherà di questa esperienza?

    «La sensazione di essere considerato una persona normale tra persone normali».

    A Feltre e a Ferrara si è fatto molto tifo per te. Hai sentito la vicinanza degli amici?

    «Non avrei mai immaginato una cosa del genere. Vedere tutte queste persone che si sono entusiasmate ed emozionate nel vedermi correre è stata per me una sorpresa e un' emozione indescrivibile. Non ho parole per ringraziare tutti quelli che mi hanno espresso la loro vicinanza e il loro sostegno. Anche l'accoglienza inaspettata di lunedì sera mi ha commosso. Credo che un semplice grazie non renda quanto mi hanno regalato tutte queste persone».

    E ora Rio de Janeiro.

    «Dai prossimi giorni si comincerà a lavorare. Queste Paralimpiadi mi hanno mostrato chi siano, quanto valgano i miei avversari e quanto possa fare io. Da ora in poi mi allenerò con una determinazione e motivazioni sicuramente diverse da quelle che potevo avere fino a un anno fa. C'è ancora de definire una questione regolamentare riguardante la mia classe di invalidità, ma salvo intoppi a Rio voglio esserci e da protagonista. Ho 4 anni per provarci».

    Qualcuno da ringraziare?

    «Tantissime persone. In primis i miei genitori che mi hanno sempre stimolato e supportato nel fare sport. I miei amici per avermi sempre fatto sentire una persona normale. La Fispes per avermi concesso l'onore di partecipare ai giochi e aver creduto e investito su di me. La mia società Aspea Padova per avermi permesso di gareggiare nel mondo paralimpico. Alla mia società Fidal Ana Atletica Feltre che mi ha "allevato". Al mio allenatore Valerio Stach che mi ha avvicinato a questo fantastico sport e mi ha permesso di raggiungere questi obiettivi. E in ultima all'eccezionale gruppo di atleti con cui mi alleno e a cui vorrei dedicare, se c'è qualcosa dadedicare, questi miei successi perché tanta parte di essi la devo a loro, al loro sostegno e alla loro amicizia».

    12 settembre 2012

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