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Bianchini: «L’Union Feltre era l’occasione in cui speravo»

Bianchini: «Dopo Montecchio avevo deciso: sarei tornato solo se ne fosse valsa la pena»

FELTRE. Famiglia, lavoro e calcio. Ma non il calcio da praticare la sera, quando hai finito tutto e puoi staccare con gli impegni quotidiani. No, qua parliamo del calcio di serie D. Dove il livello sarebbe dilettantistico sulla carta ma in realtà è professionismo a tutti gli effetti.

Mister Giuseppe Bianchini si divide in tutto questo. Moglie e bambine, azienda di impianti termotecnici, l'Union Feltre. Noi però possiamo giudicare solo la parte sportiva. E ci basta la classifica, che proietta i verdegranata al quarto posto, dietro solo a tre corazzate. Possiamo anche dire di più: il settimo posto è distante 6 punti. Nel regno dell'equilibrio quale è il girone C, tanta roba.

Mister, indubbiamente trovare in questa categoria un allenatore che allo stesso tempo lavora non è usuale. Immagino non sia facile.

«No, non lo è. In più quando hai un'attività imprenditoriale come la mia ci sono delle responsabilità importanti. Quando rientro negli spogliatoi dopo allenamento trovo a volte anche dieci telefonate. In più appunto la categoria è di quelle di livello: questo comporta un impegno sia come tempo da dedicarvi, dato che ogni giorno ho due ore di macchina tra andare e tornare al campo, sia come concentrazione perché bisogna essere sempre presenti mentalmente. Però lo sto facendo molto volentieri. Mi sono organizzato in maniera tale da poter allontanarmi dalla ditta nel pomeriggio senza grossi problemi».

Dopo l'esonero di Montecchio qualche stagione fa avevi pensato di vivere l'esperienza da allenatore in maniera più soft oppure speravi che arrivasse la chiamata importante, come è stata in estate quella dell'Union Feltre?

«Ci ho sempre sperato, non lo nego. Chiaro, allenatori ce ne sono tanti e squadre poche. Durante il periodo in cui non sedevo su nessuna panchina le proposte non mancavano da Eccellenza o Promozione. Però mi era nata anche la seconda bimba per cui mi sono detto che avrei accettato solo se ne valesse davvero la pena».

Evidentemente i verdegranata facevano parte di questo ristretto gruppo.

«Già quando erano Ripa Fenadora sentivo parlare solo bene della società. Ora il movimento dopo la fusione sta crescendo, vedi che l'entusiasmo è sempre maggiore. Poi è bello, qui squadre come noi o il Belluno siamo seguite sempre quotidianamente da voi giornali: il calcio si fa anche per questa attenzione mediatica che aumenta per forza gli appassionati».

Il rovescio della medaglia, nel vostro caso specifico, è che qualcuno potrebbe storcere il naso se non raggiungerete i playoff.

«Quello sì, ma bisogna vedere da dove si era partiti, quali i programmi prefissati in estate. Il tifoso vorrebbe sempre vincere, così come noi d'altronde, però poi bisogna anche guardare in faccia la realtà che vuol dire capire le squadre che si vanno via via ad affrontare e i nostri limiti. I ragazzi ora non devono lavorare per un obiettivo specifico ma con la voglia di migliorarsi giorno per giorno».

Momento rammarico: qual è la partita del girone d'andata che vorresti rigiocare perché secondo te avreste meritato di più rispetto a quanto raccolto?

«La partita di Abano (persa 2-1, ndr.)».

E invece il contrario, ossia dove vi è andata bene?

«L'ultima con l'Este. Siamo stati fortunati: eravamo in piena emergenza, con giocatori in campo che non erano neanche a mezzo servizio».

In sincerità, ti aspettavi quando sei arrivato di allenare una squadra che al momento attuale ha ben due 2000 protagonisti come Cossalter e Boschet?

«No no. Avevamo sì concordato con la società di portare un po' di giovani in preparazione in modo da valutarli, però che diventassero uno titolare fisso e l'altro prima alternativa in attacco se non qualche volta titolare era difficile immaginarlo. Poi sai, se sono bravi è giusto che giochino. Chiaro che ci vogliono delle coincidenze particolari perché questo avvenga, come i problemi legati ai fuoriquota a Trieste per Cossalter o la squalifica a Podvorica che ha spalancato le porte a Boschet. Loro sono stati bravi perché si sono sempre allenati bene ed hanno dimostrato quello che valgono».

Tra qualche mese anche la classifica Giovani D Valore può diventare un obiettivo aggiuntivo. Portarsi a casa una somma tra 25 mila e 10 euro per una società non sono spiccioli.

«Aldilà della cifra, che fa sicuramente comodo, il valore simbolico che ha questo premio è grande. La società era partita dicendo di lavorare anche per dare spazio ai giovani del vivaio e questo sta avvenendo. Per tutta l'Union Feltre è un segnale importante».

Parliamo un attimo del presidente Nicola Giusti. Tu l'hai conosciuto per la prima volta quando Bizzotto ti ha proposto per la panchina dell'Union. Dopo questi mesi cosa ci dici riguardo il numero 1?

«È uno spettacolo lavorare per lui e con lui. Ti dà massima autonomia e libertà di scelta prima di tutto, e non è cosa da poco. In secondo luogo è una persona sempre presente con squadra e staff, ha competenze importanti ed in più è un super tifoso di questa squadra. Trasmette l'ambizione di fare le cose per bene, provando sempre a migliorarsi e se questo parte dal presidente di riflesso va a tutti gli altri. Non finirò mai di ringraziare lui e il direttore sportivo Bizzotto dell'opportunità offertami. Ha un solo difetto, è juventino, ma sappiamo che ognuno ne ha almeno uno nella vita».

Qua viene fuori la vena interista allora. Ma, tornando al discorso dell'ambizione, questa realtà che si sta organizzando in maniera egregia potrà un giorno ambire alla Lega Pro?

«Servono le strutture e qui non mancano. Serve, come dicevi, organizzazione ma neanche quella manca. Certo, l'impegno è molto più pesante quando fai calcio a livello professionistico. Però, se mai la società decidesse di fare il salto, all'Union Feltre come ambizioni e persone non mancherebbe niente».

So che conosci Roberto Vecchiato. A lui, e magari a chi ha storto il naso per questo inizio difficile cosa diresti?

«Sono l'ultima persona che può dare un consiglio a Vecchiato. Per lui parlano i fatti: tre anni a Belluno e sempre playoff centrati; non credo che prima del suo arrivo viaggiassero a quei ritmi. La piazza di Belluno secondo me lo deve portare in palmo di mano. Chiaro che dopo parecchi anni in cui un gruppo tira al massimo può starci una stagione più difficoltosa. Però quando mi dicevano e sottolineavano le loro difficoltà io ho ribadito, e ne sono tutt'ora convinto, che alla lunga li ritroveremo davanti in classifica. La squadra è forte, secondo me ancora una delle migliori del torneo».

Per chiudere il discorso sul girone C, chi vince?

«Continuo a dire Triestina, ma forse è l'anno del Mestre».

Passiamo ai tuoi colleghi più quotati a livello mondiale: hai un podio ideale?

«Sarà strano detto da un interista, ma secondo me Conte è il più forte di tutti. Poi Mourinho e Guardiola. Pep, dal mio punto di vista ha un modo di far giocare le sue squadre che è unico; a volte sono spaventosi come gestiscono non solo il possesso palla, ma anche la fase passiva. Mourinho per anni è stato il migliore e non parla solo la parte interista del sottoscritto».

In Italia invece qualcuno che ammiri particolarmente?

«Giampaolo mi è sempre piaciuto, così come ammiro Di Francesco e molto bello da vedere in campo era il Bari di Ventura, quello del primo anno di serie A».

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