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Bepi Bertoldin, settant’anni sui campi da calcio

Ora allena i più piccoli del Cavarzano, ma nella sua carriera ha giocato 17 campionati al Belluno e uno al Caltanissetta

BELLUNO. Ottantadue anni e non sentirli. Girolamo Bertoldin, per tutti “Bepi”, è stato premiato da Orazio Zanin, delgato provinciale Figc, durante l'ultimo Torneo della Befana organizzato dal “suo” Cavarzano, per rendere onore alla sua esperienza pluridecennale nel mondo calcistico bellunese, prima come giocatore e poi come allenatore.

«È stata davvero una bella sorpresa», ammette il tecnico dei Primi Calci giallorossi, «anche perchè non me lo aspettavo. Una bella sensazione, di quelle che più mi fanno piacere dopo tanti anni sui campi di calcio».

Una storia iniziata circa settanta anni fa, iniziata come per tutti giocando con gli amici e continuata poi a ottimi livelli, diventando uno dei più validi giocatori bellunesi tra gli anni Cinquanta e Sessanta.

«Fin da piccolo ho iniziato a giocare coi Birichini Don Bosco di Borgo Pra, insieme agli altri bambini della zona, per poi arrivare a giocare nel Belluno. In gialloblù ho giocato per diciassette anni, inframezzati solo da una stagione in prestito alla Nissena di Caltanissetta: una bella esperienza, ma avevo solo vent'anni e preferii tornare nella mia Belluno. Poi arrivò la chiamata del Vicenza (in quegli anni i biancorossi facevano spola tra la Serie A e la Serie B, ndr) ma preferii rifutare perchè avevo da poco ottenuto un posto fisso alla Telve (poi Sip e oggi Telecom) e non me la sentii di lasciarlo: d'altronde all'epoca nel calcio giravano molti meno soldi, quindi davvero non ho rimpianti. Sono rimasto al Belluno e mi sono tolto tante soddisfazioni, che poi hanno contribuito a farmi venire la voglia di allenare».

Tra i tanti compagni di squadra avuti uno su tutti è nei ricordi di Bepi, ma la figura che su tutte ha contribuito alla crescita di Bertoldin, prima come calciatore e poi come allenatore è un'altra.

«Mario Barluzzi è stato il compagno più forte che ho avuto, non per niente partendo anche lui dal Don Bosco arrivò poi fino a giocare nel Milan. Ricordo però sempre volentieri il mio primo anno al Belluno nel 51-52, in cui mi allenò Enrico Colombari, ex giocatore della Nazionale e allenatore bravissimo: i suoi insegamenti mi sono serviti tantissimo, e tante delle cose che mi ha insegnato le ripropongo ancora oggi ai bambini e ai ragazzi che alleno. Ho iniziato subito dopo aver appeso le scarpette al chiodo e non ho quasi più smesso. Dal 1989, poi, insieme all'amico Claudio Sella sono passato dal Limana al Cavarzano e questa è diventata la nostra casa».

Sono ormai quasi 28 gli anni in giallorosso, anni in cui centinaia di bambini sono cresciuti grazie ai suoi insegnamenti. Nonostante l'evoluzione del gioco la passione rimane sempre intatta.

«Quel che non mi piace è la continua attenzione esasperata al mercato e agli aspetti economici. Per il resto oggi ci vogliono più energie e velocità rispetto ad una volta, ma la tecnica è ancora fondamentale. Per questo sono ancora validi i metodi appresi tanti anni fa, perchè le cose da imparare sono quelle, e vederle poi durante le partite è la soddisfazione più grande. Ho subito scelto di seguire i più piccoli perchè sono anni importanti per imparare ciò che conta nello sport: l'armonia tra compagni di squadra, allenatori e genitori e l'impegno massimo nel fare le cose, anche ridendo e con spensieratezza ma dando sempre tutto».

Uno sguardo anche al futuro, sicuramente ancora nel mondo del calcio il più a lungo possibile nonostante un'età in cui un po' di riposo, sarebbe assolutamente meritato.

«Finchè potrò continuerò a lavorare coi “miei”

bambini e ragazzi. D'altronde fino ad oggi fortunatamente la salute è stata dalla mia parte, quindi non penso alla pensione», scherza in chiusura Bertoldin, «perchè la passione è sempre quella e credo ancora molto nell'importanza dei valori trasmessi dallo sport».

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