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Le cento reti di "Don" Michele Da Rold

Il bomber dello Schiara racconta una vita vissuta tutta in giallonero e con un grande traguardo

TISOI. Cento gol con la maglia dello Schiara. Trent'anni ancora da compiere e una carriera vissuta con la maglia giallonera: Michele Da Rold, detto "Don", è da molti anni il bomber della squadra di Tisoi, protagonista del campionato di Terza categoria bellunese.

Contro l'Alpes Cesio l'attaccante ha messo a segno la centesima rete in prima squadra, la quindicesima di questa stagione in quattordici presenze. Pochi giocatori sono riusciti a raggiungere questo traguardo, ancora meno con la stessa maglia. La particolarità? Nessun gol è arrivato su calcio di rigore.

«Ho tirato due penalty nelle giovanili e li ho sbagliati entrambi - racconta con un sorriso Michele - da quel momento ho deciso che non li avrei voluti più battere e così è stato».

Nonostante il fisico statuario, che gli garantisce più di un metro e novanta di altezza, le reti di testa sono state ben poche.

«Di testa sono una pippa - scherza Michele - ne ho fatti solo due, gli altri novantotto gli ho fatti con le altre parti del corpo. Non so dirlo con precisione, ma direi che almeno una ventina sono arrivati su punizione».

Chi ti ha insegnato a fare gol?

«Quando ero piccolo vedevo giocare in prima squadra Ivan Giozet e dopo un po' di anni ho iniziato a giocarci insieme. Devo molto a lui e a mister Luca De Bona, il mio padre calcistico, che mi ha insegnato molto e mi ha cambiato di ruolo. All'inizio giocavo centrocampista centrale, lui mi ha spostato in attacco. Tra i ringraziamenti metto anche tutti i miei compagni, la famiglia, ma in particolare ci tengo a dedicare un pensiero a zio Romeo, se non fosse per lui avrei smesso di giocare sicuramente qualche anno fa. Non bisogna dimenticare però nonna Flora; 85 anni e viene sempre al campo a vedermi».

Qualcuno dice che a fine stagione smetterai di giocare. È vero?

«Niente è ancora deciso, ma ci sono buone possibilità che questo accada. Dipenderà molto dal lavoro, che in questi anni ha sempre avuto la precedenza sul calcio. Continuare a giocare non sarebbe neanche giusto, verso tutti i ragazzi che si allenano tutta la settimana con impegno. A volte la voglia di giocare a calcio viene meno, ma quella di stare con la squadra, con il gruppo, quella mai. Prima di pensare a cosa farò il prossimo anno, però, ho ancora un obiettivo da raggiungere: la promozione dello Schiara».

Cosa dice il tuo palmares?

«A livello giovanile ho vinto abbastanza. Sono arrivate spesso chiamate da altre squadre, ma io ho sempre rifiutato. Ho sempre voluto giocare allo Schiara. C'è stata solo una piccola parentesi nelle giovanili dell'Alpina. In prima squadra ho raggiunto due promozioni, una vincendo il campionato, la seconda ai playoff».

Quale il tuo gol più bello? E quello più importante?

«Il più bello contro il Sois, ho calciato dal fondo a giro sotto il sette. I più importanti sono stati i due messi a segno all'ultima giornata di campionato contro il Real Damos, che ci hanno permesso di conquistare i tre punti e scavalcare il Longarone andando a vincere il campionato. Il centesimo? L'ho fatto di polpaccio».

Hai mai vinto la classifica capocannoniere?

«Il primo anno con mister Luca De Bona, se non ricordo male era la stagione 2007-2008, ho fatto ventidue gol. Non so dire, però, se l'ho vinto, nessuno mi ha mai detto niente quindi immagino di no».

Le statistiche dicono cento gol e meno di dieci anni giocati in prima squadra.

«In questi anni insieme al calcio ci sono sempre stati lo studio e il lavoro, che hanno avuto sempre la precedenza sul primo. Dal debutto in prima squadra, a diciassette anni, ad ora che ne ho ventinove, credo di aver giocato sette stagioni più o meno. Se facciamo una media di 12-15 gol all'anno, ci siamo. Ricordo di averne fatti una cinquantina in tre anni con mister De Bona».

Ma chi li ha contati questi cento gol?

«All'inizio

è stato il nostro guardalinee Marco Collostide. Dopo ho iniziato a tenere il conto anche io».

Farai l'allenatore in futuro?

«Qualche anno fa a questa domanda ho risposto di si, adesso invece dico di no. Mi piacerebbe lavorare con i bambini, ma non credo sarà possibile».

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