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Dino Tadello, spirito libero della corsa in montagna

Mondiale nel 1988, fu protagonista anche in pista, sulle strade e nel cross. «Correre per me è tutto, è più rilassante di una vacanza alle Maldive»

BELLUNO. Dino Tadello da Cavarzano. Uno che correva in montagna quando farlo non era ancora una moda, bensì una specialità riservata a pochi. Dino Tadello, atleta estroso, spirito libero, talento allo stato puro. Difficile imprigionarlo in una definizione precisa. Quel che è certo, è che se lo vedi correre, ancora adesso che ha superato i sessanta, ti innamori della corsa tanto il suo stile è armonico e il suo incedere leggero. Dino Tadello, un ragazzo che duellava (e a volte batteva) gente che si chiamava Bordin, Bettiol o Pizzolato. Dino Tadello, un atleta che in montagna è stato capace di mettere dietro il mondo, ma che sapeva anche correre la maratona in meno di due ore e venti o essere protagonista in una delle gare-monumento del cross, la Cinque Mulini. Uno che chissà cosa avrebbe potuto raccogliere in carriera, se solo fosse stato uno spirito un po’ meno libero e se le vicende della vita fossero state con lui un po’ più generose.

Dino, quando hai cominciato a correre?

«La prima gara fu una campestre, avevo 13 anni e vinsi. Ma quello fu un episodio. Mi misi a correre in maniera costante qualche anno più tardi e a 17 anni e mezzo vinsi il Palio delle Frazioni con la squadra del mio paese, Cavarzano. Qualche mese dopo vinsi il campionato veneto di cross. Da allora non ho quasi mai smesso di correre e gareggiare. La mia carriera la definirei altalenante. Sempre a metà tra attività strutturata e divertimento».

Che cos’è per te la corsa?

«Amo correre. La corsa mi ha aiutato e mi aiuta a stare bene, a essere sereno. La corsa è anche meglio di una vacanza: c’è chi per rilassarsi va alle Maldive, a me basta mettere le scarpe e salire correndo in cima al Serva o al Terne. Negli ultimi anni ho scoperto il piacere di andare in bicicletta».

Il tuo nome è legato alla corsa in montagna, ma la tua carriera si è sviluppata anche su strada, pista e cross.

«La corsa in montagna è stata per me una sorta di ripiego. Non ero un professionista: lavoravo e dovevo allenarmi nel tempo libero. In montagna mi sono tolto delle belle soddisfazioni, è vero. Su tutte il Mondiale del 1988 a Keswick, in Inghilterra. Allora si chiamava “World Trophy” e vinsi la lunga distanza davanti a un altro azzurro, Davide Milesi. Nono arrivò l’alpagoto Luigino Bortoluzzi. Andai in testa dopo una ventina di minuti e non mi ripresero più. Fu una bella soddisfazione, arrivata al termine di una trasferta un po’ travagliata, nella quale dormimmo in un ostello con camerate da quaranta posti. Un altro mondo rispetto a quello attuale».

Ma i ricordi belli legati alla corsa in montagna sono tanti...

«Uno dei più belli è legato al Trofeo Busin di Falcade, quando battei di una quarantina di secondi il record di frazione che apparteneva a Gelindo Bordin. E poi il “Trofeo Piero e Paolo”, la staffetta a due che si corse dalla metà degli anni Settanta per una quindicina di edizioni tra Cavarzano e Col di Roanza. Ancora, la Sierre-Zinal, storica e durissima corsa svizzera».

Tecnicamente ti si potrebbe definire ... un discesista.

«Sì, nessuno riusciva a sviluppare una corsa veloce come la mia in discesa. Mi dicono che questa mia caratteristica fu studiata anche alla scuola nazionale di atletica leggera di Formia. Oltre a questa caratteristica tecnica, credo che uno dei miei punti di forza fosse la tranquillità: non sentivo la pressione. Per me correre era una cosa naturale e andare alle gare qualcosa di naturale. Questo mi portava, qualche volta, ad arrivare alle corse a pochi minuti dal via. Scanzonato? Sì, direi di sì».

Dino Tadello e il cross...

«Le campestri mi piacevano e sono riuscito a fare belle cose. Ricordo con piacere, ad esempio, un quarto posto al Pradelle, il cross internazionale che organizzava a Lozzo di Cadore Cirillo Grandelis. E poi un nono posto alla Cinque Mulini, ottenuto dopo essere partito da Belluno quasi a metà mattina ed essere arrivato alla partenza a meno di un’ora dal via. Che trasferta quella volta! Ricordo che andai a San Vittore Olona con la Renault 5 Turbo del mio titolare di allora. Ad accompagnarmi, come tante altre volte, era mio fratello Franco, un supporto fondamentale per me».

Non fu l’unica trasferta avventurosa, quella.

«No di certo. Un’altra fu quella legata alla mezza maratona di Losanna. Era la metà degli anni Ottanta e lavoravo alla Dolomitibus. Nel fine settimana c’era uno sciopero dei treni e noi garantivamo il servizio con i nostri mezzi. Feci Belluno-Bergamo quattro volte in 24 ore e poi, al mattino alle 6, da Belluno ripassai per Bergamo per la quinta volta per andare a gareggiare».

Quale la tua più grande soddisfazione?

«Essere riuscito a fare, nella normalità

di una vita strutturata su lavoro e famiglia, qualcosa di buono nello sport. E poi la corsa mi ha portato a conoscere tante belle persone».

Delusioni della tua carriera?

«L’unico rammarico è quello di non aver potuto fare il professionista».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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