Quotidiani locali

calcio

Matteo De Min, figlio d’arte sul tetto d’Italia

Il difensore ha vinto il tricolore Under 17 con il Pordenone, segnando anche 11 gol. «Il mio modello è Leonardo Bonucci»

PORDENONE. Non capita tutti i giorni di risvegliarsi campione d’Italia. Per questo la voce di Matteo De Min è raggiante, ricca di soddisfazione.

D’altronde, appena poche ore prima il ragazzo bellunese ha vinto il tricolore under 17 con il Pordenone. 3-0 al Prato nella finalissima di Forlì, a coronare una stagione strepitosa e dei playoff condotti ad altissima intensità.



Matteo è figlio d’arte: papà Michele era passato per la primavera della Juventus ad inizio anni 90. Chi poi non conosce mamma Monica D’Alfonso, storica massaggiatrice del calcio provinciale? Pure il fratello, Manuele, corre dietro ad un pallone con l’Union Feltre. Insomma, lo sport nella famiglia De Min ricopre un ruolo parecchio importante.

Ora i riflettori sono tutti puntati su questo ragazzo, da due anni in Friuli. Ambizioso il Pordenone del patron Lovisa. Vuole la serie B con la prima squadra, ma pure creare un settore giovanile di tutto rispetto dove costruire i giocatori di un domani. E De Min, difensore goleador con 11 centri stagionali, può essere uno di quelli pronti a compiere il grande salto.

Allora, festeggiato?

«Assolutamente sì. D’altronde abbiamo coronato un percorso durato due anni assieme al nostro allenatore David Rispoli. Siamo arrivati primi nel girone A con appena due sconfitte. Nei playoff, l’ostacolo Arezzo lo abbiamo superato già all’andata vincendo 4-0. Più duri i quarti con il Sud Tirol: eravamo sotto di due reti all’intervallo, ma abbiamo rimontato e vinto con il mio gol decisivo. Anche in semifinale con l’Alessandria si è visto di che pasta siamo fatti, con un altro 3-2 in rimonta. Fino al 3-0 contro il Prato, dove ho messo la firma nel tabellino».

Undici gol da difensore… mica pochi.

«Non credo ricapiterà più. Solo negli ultimi due mesi sono stato spostato più avanti a centrocampo. Forse qualcosa ho imparato da mio papà attaccante».

Modello di riferimento nel tuo ruolo?

«Bonucci, anche se adesso ha lasciato la Juve per andare al Milan. Ma mi ritrovo nel suo modo di giocare, avendo anche la propensione ad impostare l’azione».

Dura lasciare casa propria?

«La mia famiglia, conoscendo bene le dinamiche dello sport, non aveva quei timori tipici dei genitori quando il proprio figlio va via di casa. Quaggiù mi hanno ospitato i signori Bosisio, che mai finirò di ringraziare. A livello sportivo già Belluno era una bella piazza, però il salto da una realtà dilettantistica ad una professionistica si sente. Bisogna poi conciliare la scuola con i quattro, cinque allenamenti settimanali, ma non è impossibile».

Eri a San Siro per il famoso Inter – Pordenone di Coppa Italia?

«Assolutamente sì. A fine partita molti di noi sugli spalti piangevano, perché nessuno avrebbe mai immaginato di arrivare a giocarsi il passaggio del turno ai rigori. Ma di sicuro, quella vetrina, ha permesso di far conoscere Pordenone in tutt’Italia».

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

TrovaRistorante

a Belluno Tutti i ristoranti »

Il mio libro

NARRATIVA, POESIA, FUMETTI, SAGGI E TESI DI LAUREA

Pubblica il tuo libro