Marmolada, il ghiacciaio ha ridotto lo spessore della metà

Ghiacciaio della Marmolada

Annata tragica per i ghiacciai delle Dolomiti che si stann sciogliendo ad un ritmo impressionante. Il caso della Marmolada

Un maxi k-way per difendere la Marmolada dall’effetto serra, che sta sconvolgendo il clima non solo delle Dolomiti ma del pianeta, al punto che il presidente Usa Barak Obama ha lanciato l’Sos per l’Alaska. In Veneto la battaglia simbolo riguarda la Marmolada dov’è scattata la corsa contro il tempo per salvare quanto rimane del ghiacciaio più grande della nostra regione, al confine tra le province di Belluno e di Trento.
La società funiviaria di Mario Vascellari ha coperto di grandi teli di naylon tre punti della pista che per 12 chilometri (la più lunga d’Europa) scende da punta Rocca, incrocia punta Serauta e si fionda verso il basso. Si tratta di tre grandi fazzoletti, di colore bianco (per non assorbire la luce, 3 cm circa di spessore), che coprono passaggi strategici dell’area sciabile, che d’inverno è una vera delizia per gli appassionati della neve.
Sono stati posizionati all’uscita della stazione di punta Rocca, a 3300 metri, vicino al tunnel intermedio di punta Serauta (dove si trova l’innovativo museo della grande guerra) e presso una curva nella parte sottostante.

«La protezione è stata concordata con le pubbliche amministrazioni e gli ambientalisti » spiega l’ingegner Vascellari «e ha lo scopo di preservare neve e ghiaccio dallo scioglimento per le alte temperature estive. Vogliamo evitare la produzione artificiale per la pista, con notevole risparmio energetico e contrastare lo spazzamento eolico della stessa neve che provoca accumuli accanto a vuoti», con seri problemi per chi deve fare lo slalom tra i cumuli di neve senza avere le gambe allenate.
«I risultati positivi sono riscontrabili a vista d’occhio» certifica Guido Trevisan, gestore del rifugio Pian dei Fiacconi, che ha percorso il trattato alla fine della scorsa settimana «nel senso che la neve protetta dai teloni fa un scalino di un metro, a volte addirittura due, con quella che non ha copertura».
Le temperature in queste settimane sono state altissime. Per avere lo zero termico si sarebbe dovuto salire di altri mille metri rispetto alla vetta del ghiacciaio, il più grande del Veneto, raggiungere quota 4 mila.
I dati degli esperti sono drammatici. I glaciologi che recentemente hanno fatto alcune misurazioni alla Forcella a VU, teatro di sanguinosi scontri cento anni fa durante la prima guerra mondiale, hanno scoperto che il ghiacciaio, in quel sito, non ha uno spessore di 14 metri, ma soltanto di 7. Quest’inverno sono scesi 6 metri di neve, l’anno prima almeno 13 metri.
«Tutta la neve di quest’anno si è liquefatta» racconta Trevisan, che mostra delle foto sul tratto iniziale di pista, appunto a 3 mila metri, con neve color grigio, sciolta dal sole. «Questa è l’unica rimasta ed ha il colore della sabbia, perché risale all’inverno 2013/2014. Il che significa che sono spariti almeno 10 metri di manto nevoso».
Attilio Bressan di Malga Ciapela, una vita dedicata al soccorso alpino, conferma di aver ascoltato, l’altro giorno, a metà massiccio, dei «rumori inquietanti: sembravano di torrenti ingrossati». Fiumi d’acqua che scendono attraverso i crepacci e arrivano laggiù in basso dove si affacciano ancora i recuperanti.
«Il fronte del ghiacciaio è, quest’anno, paurosamente arretrato» conferma il sindaco di Rocca Pietore, Andrea De Bernardin. Trevisan si affaccia al suo rifugio e scorge, sul terrazzo di Punta Rocca, delle persone. «Ecco, quelle ho cominciato a vederle quest’estate, fino all’anno scorso riuscivo ad intravvedere, a malapena, la punta delle antenne, più alta di 10 metri». E allora? «Allora vuol dire che il ghiacciaio ed il soprastante nevaio hanno perso 10 metri di spessore».
Il cappotto al ghiacciaio lo ha deciso Mario Vascellari, l’imprenditore dello sci più apprezzato dagli ambientalisti per i suoi approcci di sostenibilità con l’alta montagna, insieme all’associazione Mountain Wilderness, a Cipra, e alle province di Trento e Belluno. «La scelta non è singolare» spiega Luigi Casanova di Cipra «E’ motivata non solo dall’esigenza di riparare il ghiacciaio dallo scioglimento delle alte temperature, quanto dalla necessità di preservare la neve caduta e di non doverla movimentare in vista della preparazione delle piste. Con un risparmio sul piano energetico e di forte contrasto all’inquinamento».
 

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