Migliaia di persone abbracciano l’umanità

Sulle Tre Cime di Lavaredo ieri mattina si sono ritrovate per i diritti umani il benvenuto ai profughi e a tutti coloro che nel mondo vivono “incatenati”

AURONZO. Un abbraccio affettuoso alla “trinità”.

Le Tre Cime di Lavaredo simbolo di pace, giustizia e libertà. Anzitutto per i profughi, e poi per quanti altri nel mondo non godono dei diritti umani.

In cinquemila, ieri mattina, fin dall’alba, hanno incatenato le più belle montagne del mondo - «una trinità naturale» le definisce Tatiana Pais Becher, l’anima dell’evento, dandosi la mano.

Alle 12.37 una dozzina di alpinisti, coordinati da Alberto Peruffo, hanno acceso dalle vette delle Tre Cime dei fumogeni rossi per chiedere libertà per il Tibet e per quanti altri vivono incatenati e hanno issato dei cartelli di “Benvenuti rifugiati”.

Era il segno che la sfida lanciata da Amnesty International, “Insieme si può”, Emergency, Libera e tante altre organizzazioni poteva ritenersi vinta.

Come auspicavano anche Bono e gli U2 e come numerosi altri artisti che hanno promosso l’iniziativa.

«Chiediamo al Governo italiano e all’Ue di impegnarsi per garantire tutti i diritti umani di donne, uomini e bambini in tutto il mondo, proteggendo e promuovendo i diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dagli altri strumenti di diritto internazionale»: quest’appello, sottoscritto ieri dai partecipanti, prima di salire i versanti abbordabili delle Tre Cime sarà consegnato nelle prossime ore – assicura Bill Shipsey, fondatore di Art Fort Amnesty – al ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, e a Federica Mogherini, altro rappresentante Ue.

Già poco dopo l’alba, a Misurina, non c’era un parcheggio libero e dalle 7 i pullman della Dolomitibus hanno cominciato a portare in alto migliaia di sentinelle dei diritti.

Grande nebbia, a valle, uno splendido sole, invece, in quota: condizioni ideali per coprire senza difficoltà, ancorchè con l’aiuto di 150 tra volontari e guide alpine, i 10 km del girotondo, alcuni su e giù per i ghiaioni, altri innevati.

Tutti per mano, una catena umana, mentre dalla Grande delle Tre Cime, sotto lo spiraglio di sole, si sono alzati i fumogeni rossi.

Tatiana Pais Becher e Piergiorgio Da Rold, il coordinatore di “Insieme si può” non hanno fatto neppure in tempo a concludere le testimonianze, all’ingresso del rifugio Auronzo, che si è levata una fitta nebbia, rendendo tutto invisibile. Ciononostante l’elicottero di Air Service Center di Cortina ha sfidato l’impossibile, penetrando le nuvole e permettendo di attestare, con tanto di filmati, il completamento del girotondo umanitario.

«Attenzione, i diritti umani non sono inculcati solo all’estero, ma anche in Italia; basti pensare cosa accade nelle carceri», ha avvertito il cantautore Gualtiero Bertelli, appena arrivato; lui c’era anche all’edizione di sei anni fa.

Mentre Tatiana Pais Becher spiega il senso della manifestazione, tra l’altro ricordando i 100 anni della grande guerra, che da queste parti è stata un massacro, i volontari di Pax Christi espongono la bandiera della Grecia. Terra, anche questa, di profughi.

I profughi, appunto: l’Europa, certificano i testimoni delle diverse organizzazioni, dovrebbe arrossire perché ne accoglie ben pochi.

Da Antonio Papisca, dell’università di Padova, e Francesco Carrer, del Cai, tutti chiedono politiche virtuose di accoglienza, le sole capaci di infrangere le paure crescenti e, in particolare, di abbattere il muro dell’indifferenza. A decine gli interventi.

«Siamo qui per denunciare con forza tutte le violazioni dei diritti umani», grida Da Rold. Un sogno? «Bisogna ritrovare la capacità di sognare», incoraggia Marcella Morandini, segretaria della Fondazione Dolomiti, ma – aggiunge – per riuscirci dobbiamo «sognare insieme».

Michela Marini, di Libera Belluno, legge un messaggio di don Ciotti e commuove. Paola Carmignola porta la vicinanza di Emergency, Andrea Bristot la partecipazione degli scout Agesci.

Pais Becher dà voce all’urlo di padre Zanotelli, che ha inviato un messaggio da Napoli.

Pure la scuola bellunese c’è, con Franco Chemello, che ribadisce la disponibilità ad una profonda, radicale, educazione alla pace.

Manca poco a mezzogiorno e tutti corrono a prendere posizione, lungo i sentieri più vicini, per non far mancare nemmeno un numero alla catena.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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